lunedì 8 ottobre 2012

"Che se pure si vuole conservato il culto esterno secondo i placiti del simbolismo modernista, esso è ridotto a un'ombra, a un cadavere di culto, senza spirito nè vita, o più veramente a una forma d'impostura"

La Civiltà Cattolica, anno 59°, vol. 4 (fasc. 1401, 29 ottobre 1908), Roma 1908, pag. 288-301.

tratto da: http://progettobarruel.zxq.net/novita/11/modernismo_riformista.html

IL MODERNISMO RIFORMISTA

L'eretico - che è l'anarchico dell'ordine religioso e morale - insorge volentieri, come l'anarchico politico e sociale, a nome di qualche idea, o piuttosto di qualche parola sublime, particolarmente al suono grandioso di rinnovazione, di progresso, di riforma. Solo, quando dalle altezze della speculazione scende alle enormezze dell'applicazione, alla pratica, egli si scopre qual'è di fatto: sotto il manto del riformatore ardimentoso un abbietto e orgoglioso pervertitore. Tutta la storia dei secoli cristiani è piena di questo fatto: e il fatto, del resto, ha la sua radice nell'istinto, già sovente denunziato, dell'errore e del vizio, che è di trasfigurarsi nelle sembianze della verità e della virtù. È quindi sommamente benemerito chi strappandogli la maschera a tempo, ne mette a nudo la laida figura, prima che la simulazione gli abbia procacciato credito e potenza a danno della religione e della morale, della Chiesa e della società. Ora ciò è avvenuto al modernismo, grazie sopra tutto alla vigorosa enciclica Pascendi: esso apparve nella sua vergognosa nudità, non saggio riformatore, quale si vanta, ma distruttore insipiente, ma pervertitore. E tale dobbiamo ora mostrarlo anche noi, brevemente, su le tracce dell'enciclica, per conchiudere, con questa rapida occhiata, la nostra già troppo lunga trattazione del modernismo.

I.

Ma innanzi tratto avvertiamo - per dissipare un equivoco, futile ma assai comodo ai modernisti e però troppo abusato - avvertiamo che non dicesi il modernismo pervertitore e distruttore per ciò solo che denunzi abusi o dimandi riforme, tutt'altro: sarebbe questo anzi un gran merito di sincerità e di zelo, ove si facesse debitamente, come fu proprio sempre delle anime nobili, disinteressate e sante. Infatti o per abuso s'intende più propriamente l'uso disordinato di alcun potere o diritto legittimo, ovvero più largamente vi si comprende qualsiasi specie di disordine, di inconveniente, di difetto. Ora nell'un senso e nell'altro è troppo chiaro che l'abuso non può mancare mai, a lungo andare, d'insinuarsi per qualche parte in qualsiasi opera, società o istituzione di creature razionali e libere, ma insieme manchevoli e finite. Il denunziarlo dunque in modo convenevole e più l'adoperarsi a rimuoverlo è opera onesta: spesso è difficile, talvolta delicata, ma sempre necessaria. E questa è l'opera del riformatore.
Nè l'opera, pertanto, di riforma è propria dell'età nostra, nè di questa o quella età: è di tutti i tempi. Nè vale solo per questa o quella condizione di società o di vita, ma è necessità, è legge, è quasi di essenza, della vita stessa umana, sia individuale o sociale. Più, la riforma è legge e condizione di progresso nelle cose tutte soggette a mutabilità o di scadimento o d'incremento: quindi riforma di studii e di idee nella vita scientifica, riforma di costumi e di leggi nella vita morale dell'individuo e della società, e via dicendo. Più ancora; per salire alla ragione ultima e profonda, questa legge o condizione della vita è ineluttabile e perpetua, siccome conseguenza intrinseca e necessaria della defettibilità per una parte, e per l'altra della perfettibilità dell'uomo e di quanto è soggetto all'uomo quaggiù. Dall'essere, cioè, defettibile viene che la creatura può scadere a mano a mano dalla sua nativa perfezione; dall'essere perfettibile segue che può essere ricondotta alla perfezione antica, che è quanto dire, riformata. La defettibilità fa l'uomo bisognoso; la perfettibilità lo fa capace di progresso, di emendazione o di riforma. Poichè, rispetto a ciò, è assioma ben vecchio nella vita dello spirito, che lo stesso non progredi retrogredi est.
Nè perchè facciano parte della Chiesa gli uomini, siano semplici fedeli, siano pastori, perdono punto o l'una o l'altra proprietà loro intrinseca, onde vanno soggetti ad abusi o certo a deficienze, e restano quindi bisognosi sempre ed insieme sempre capaci di perfezionamento o di riforme. Ma questo elemento umano, così mutevole ed imperfetto, che va unito all'elemento divino, costante e immutabile nella Chiesa, non va però mai con esso confuso, nè mai lo altera per abusi nè per riforme lo modifica, bensì mantenendolo fra abusi e riforme immutato, ne comprova col fatto stesso della sua storia la natura e l'origine diversa, cioè divina.
Ora nel confondere l'uno e l'altro elemento pecca anzitutto il modernismo riformista: esso chiama crisi della Chiesa, abusi e disordini della Chiesa quelli che sono nella Chiesa; e con ciò perverte il concetto della Chiesa stessa e ne rinnega l'origine e la vitalità divina, attribuendo a lei, alla sua essenza, al suo governo o costituzione essenziale gli abusi che sono proprii dei suoi membri infermi, con la conseguente necessità delle riforme. La Chiesa, in quanto società divina, quale uscì dalle mani di Cristo fondatore, non ha nè può avere macchia nè ruga nè altra imperfezione siffatta. Con lei è Cristo, maestro e autore della santità, fino alla consumazione dei secoli; e Cristo la preserva dalla corruzione della colpa come dal traviamento dell'errore, e così intatta egli la guida, fra la pestilenza del secolo e le torbide vicende della storia, serbandola sempre giovine e fiorente per le sponsalizie eterne.
Quindi pure il corpo intero della Chiesa non è, nè può dirsi mai contaminato da abusi, nè che mai li approvi o li fomenti. Perchè, siccome scriveva al nostro proposito S. Agostino, «la Chiesa di Dio, così posta fra molta paglia e molta zizzania, molte cose tollera; ma quelle che sono contro la fede o la vita buona non approva, nè tace, nè fa» [1].
A tale distinzione, elementare ma vitalissima, non ponendo mente il modernista, e talora anzi positivamente irridendola, egli si accosta, o peggio entra innanzi, agli eretici tutti dei secoli andati, nominatamente al protestante della pseudo-riforma del secolo decimosesto, al giansenista del decimosettimo, al filosofo e libertino del decimottavo, al liberale del decimonono. Tutti costoro infatti sono concordi a gridar tralignata la Chiesa per gli abusi di alcuni suoi figli, bisognosa quindi d'essere svecchiata o riformata a loro capriccio sotto l'uno o l'altro pretesto; sebbene per alcuni il pretesto è la necessità di ricondurla indietro alla semplicità dei primi secoli, alla sublime povertà delle catacombe - e il maligno aggiunge con sarcasmo, alla paglia di Betlem - per altri è il bisogno di sospingerla innanzi, a seconda della corrente impetuosa dei tempi, di ringiovanirla nella freschezza perenne del progresso; perchè, fatta piacente al secolo, stringa con lui il nuovo connubio.
Fra questo doppio intento ondeggiano appunto i seguaci del modernismo riformista; e se discordano tra loro, ciò è solo nell'apparenza o in qualche proposito secondario: il principio onde muovono ad accusare la Chiesa stessa per gli abusi veri o supposti di alcuni suoi figli, è uno in tutti: lo spirito del mondo e il disamore della Chiesa. Quindi uno è pure in tutti l'esito finale: il pervertimento, non la riforma.

II.

E ciò appare altresì, con troppo trista evidenza, dallo strano contegno e dal modo con cui questi nuovi falsi riformatori, a somiglianza degli antichi, si fanno denunziatori di scandali e di abusi. Qui parliamo di cose a tutti note, in Italia e fuori di Italia: e senza che noi li ripetiamo ne ricorrono alla mente di ognuno gli autori. Come quelli antichi, così questi moderni o inventano o aggravano o propalano ingiustamente; come quelli antichi, appaiono quasi invasati da una smania, da una frenesia morbosa di calunnia, di esagerazione, di pettegolezzo. E questa frenesia mette lingua in ogni cosa; ogni cosa maledice o deprime, nè ha riguardo a persona, se non sia modernista o in qualche modo anticattolica; e che è peggio, scambia le ombre con la realtà, dà come veri fatti i sogni delle stravolte immaginazioni e i macchinamenti degli animi inveleniti, o infine sopra una tenuissima trama di verità viene ricamando tutta una tela fantastica di accuse, d'insinuazioni, di esagerazioni, insomma d'ingiustissime denunzie; le quali poi, ingrossate sformatamente, va propalando contro ogni ragione di giustizia, nonchè di carità e di convenienza. Tutto ciò a nome della sincerità e della lealtà; di cui si attribuiscono essi il vanto e per poco il monopolio. Ma noi qui diremo solo con ogni mitezza ciò che si scriveva, già, oltre un secolo fa, dei modernisti d'allora, del pari smaniosi di propalare scandali ed abusi:
«Può darsi che questa specie di mania sia zelo: ma può darsi altresì che sia avversione ed amor proprio. S'ella è zelo, dee trar la sua origine da un cuor retto, deve accompagnarsi colla carità e colla imparzialità. In tal caso non si udranno fremere le nostre labbra, quando ci verrà occasione di parlare dei disordini del clero, non si tingeranno di sangue i nostri occhi, non cercheremo compagni nelle nostre impetuose declamazioni, e non crederemo troppo volentieri a tutto quello che ci si racconta di tali disordini. Ma s'ella poi è avversione e amor proprio, le invettive si affolleranno con disordine su le nostre labbra, volgeremo le spalle a chiunque osi difendere la fama del clero, e si proverà una segreta compiacenza de' suoi mali e delle sue sventure. Gli Ebrei, i Turchi, gli eretici saranno nostri teneri fratelli, perchè non mettono nessun ostacolo alle nostre passioni, e perchè con noi accoppiano la lingua a maledire i preti e i claustrali», ecc..
Così scriveva il dotto e pio Alfonso Muzzarelli [2], all'entrare del secolo passato, e le sue parole sembrano di ieri: tanto bene si applicano ai modernisti; se non che questi ai teneri fratelli, nominati sopra, aggiungono atei, socialisti, massoni ed ogni simile generazione di nemici della Chiesa e con loro accoppiano la lingua a maledire non solo il clero, ma ciò che vi è di più sacro e reverendo nel magistero, nel culto, nel governo, nella morale in ogni cosa.
Nè occorre che andiamo qui in citazioni: sono bene, per via di esempio, alla memoria di tutti le maldicenze del «Santo» modernista e dei suoi devoti: «la Chiesa contrasta la ricerca della verità»... la Chiesa «incatena e soffoca tutto che dentro di lei vive giovanilmente»... la Chiesa «è ostile a chi vuole contendere ai nemici di Cristo la direzione del progresso sociale»... Peggio ancora - assai peggio di ciò che bestemmiavano i giansenisti - la Chiesa è inferma, se non moribonda addirittura, come altri la vogliono: quattro spiriti maligni «sono entrati nel suo corpo per farvi guerra allo Spirito Santo» e sono spirito di menzogna, spirito di dominazione del clero, spirito di avarizia, spirito d'immobilità. E quasi tanto non bastasse, un'altra gran piaga si aggiunge: il «difetto di coraggio morale» ; onde «piuttosto di mettersi in conflitto coi superiori, ci si mette in conflitto con Dio...» ; e con questo un cumulo di altri disordini e abusi.
Ma notisi che qui, come altrove, lo scrittore, degno di miglior soggetto, è un'eco semplice delle declamazioni appassionate di uomini ambiziosi e frivoli, i quali da anni, da oltre un decennio, venivano riempiendo di simili brutture le colonne dei loro giornali e periodici, quale, ad es., la Cultura Sociale, abusando della longanime tolleranza dei calunniati e dell'autorità stessa della Chiesa. Su quelle colonne, per darne un saggio, si poteva scrivere (agosto 1905) che «dall'epoca della Santa Alleanza... la nostra vita pubblica è stata e continua ad essere una grande menzogna, diretta contro gli interessi degli umili, del popolo, della verità e della giustizia, e contro il contenuto sociale del cristianesimo, soffocato dalle parvenze della reazione»! Così un maestro di vita pubblica modernista, che sogna l'alleanza col socialismo ateo. E altre insolenze non meno belle si avventavano periodicamente contro gli abusi della vita privata dei cattolici, e in genere di tutta la vita religiosa, dallo stesso maestro di modernismo riformista, il quale riserbava invece mille carezzevoli blandizie pei «teneri fratelli», nemici di Dio e di ogni religione.
Del resto, su tali insipienze dei riformisti nuovi non occorre più oltre insistere: essi vi si mostrano da se stessi, nell'abbiettezza del linguaggio, col marchio vecchio degli pseudo-riformatori, cioè dire distruttori insipienti e pervertitori.

III

Ma più assai ci si mostrano tali, quando per far riparo agli abusi veri o falsi, che essi denunziano così malamente, ci vengono a mettere innanzi le loro grandiose proposte di riforma. Di esse, come di punto più vitale per la questione di principio, parla energicamente l'enciclica, e ne descrive bene al vivo, ciò che andiamo dicendo, come le rovine si moltiplicano sotto i colpi del modernismo riformatore.
Questo infatti, più che il liberalismo, mira al cuore: vuole riformata anzi tutto la dottrina; quindi riformata la formazione filosofica e teologica delle giovani speranze della Chiesa, con la soppressione della filosofia scolastica e della teologia razionale; indi riformata l'istruzione dei fedeli, con la soppressione o mutazione radicale del catechismo, divenuto secondo alcuni «un trattatello sibillino di scolastica». Appresso, e logicamente, vuole riformato il culto, segnatamente con la diminuzione arbitraria o la soppressione delle divozioni esterne. Quindi pure riformato il governo e la costituzione ecclesiastica, massimamente per la parte disciplinare e dogmatica, introducendovi più largamente il clero inferiore ed il laicato, e diminuendo l'eccessivo accentramento dell'autorità; riformati gli organi dell'autorità che sono le congregazioni romane, particolarmente quelle più incommode del S. Officio e dell'Indice; riformato l'atteggiamento dell'autorità stessa nelle questioni politiche e sociali. Infine vuole riformata la morale, e quindi la vita tutta del popolo cristiano, singolarmente con dare prevalenza. alle virtù attive su le così dette passive; e con ciò altresì riformato il clero, riconducendolo all'antica povertà, ma insieme alla nuova libertà del modernismo, la quale, secondo certuni, vorrebbe anche soppresso il celibato; riformata insomma ogni cosa, salvo la vita degli stessi nuovi riformatori. Così la loro smania d'innovazione, come parla l'enciclica, «ha per oggetto quanto vi è nel cattolicismo».
E in tutte le proposte siffatte e in altre poco meno esiziali, i riformisti nuovi procedono rapidi, risoluti. Scoperto, o così creduto, l'abuso, hanno in pronto il rimedio: mettere mano alla radice, e di un colpo reciderla. Nè la radice, secondo essi, è la defettibilità o la colpa dell'individuo: è l'autorità stessa, il potere o il diritto, del quale si fa o si può fare abuso; è il soggetto, è l'istituzione in cui l'abuso stesso appare. Quindi attenuano essi o rigettano al tutto la legittimità dell'esistenza di quella istituzione, autorità o potere, del quale vedono o credono di vedere l'abuso; e procedendo conseguenti ai principii vogliono reciso di un tratto e distrutto, ovunque si trovi, il soggetto degli abusi, degli inconvenienti dei difetti, che loro dispiacciano.
Così è soggetto di abuso o d'inconvenienti l'istituzione rigidamente scolastica; è troppa austera, è ostica all'anemia intellettuale moderna: dunque si sopprima. È soggetto di abuso o d'inconveniente l'istruzione popolare, strettamente catechistica; è troppo arida, è dura per la frivolezza delle menti contemporanee: dunque si abolisca. E dopo ciò, alla scolastica gretta si sostituisca la positiva «evoluzionistica»; alla catechetica pedestre la conferenza «alata». Similmente è, o pare, soggetto di abuso il culto esterno; molte sue manifestazioni contrastano alla delicatezza dei tempi nostri: dunque si deprima, si sminuisca fino a ridurlo ai minimi termini; e alla «religione esteriore» sottentri la «religione interiore», la religione dello spirito, senza troppo impaccio di dogmi, di formule, di riti.
Lo stesso dicasi per quanto riguarda l'amministrazione e il governo, i decreti dell'autorità e dei suoi organi autentici, le congregazioni romane e i loro ordinamenti, le istituzioni religiose e i loro indirizzi, gli obblighi del popolo e quelli del clero: si corre alla negazione, si grida all'abolizione o alla trasformazione di quanto mostri qualche lato manchevole, qualche abuso.

IV.

Ora questo procedere così spedito dei modernisti, a recidere ed abolire il soggetto per riformarvi l'abuso vero o supposto che sia, muove da un principio assurdo, da un sofisma. Per quel sofisma cioè che i logici chiamano fallacia dell'accidente, attribuiscono essi alla natura della cosa quello che le conviene solo in modo contingente e variabile, come sarebbe a dire, per caso o per abuso, per insipienza o per malizia dell'uomo. Ovvero per un altro sofisma simile al precedente - il sofisma della falsità di causa (non causa pro causa) - imputano, quasi a cagione propria al soggetto o alla cosa in sè, come all'autorità, alla legge, al metodo, l'effetto dell'abuso, per una semplice ragione di concomitanza, di successione o simile, che vi appaia, come sarebbe perchè l'effetto dell'abuso l'accompagna o lo segue in qualche caso particolare, o, poniamo anche, in molti. Sofisma frequente l'uno e l'altro per certa facile appariscenza; ma tanto più odioso in ogni parte della scienza e della vita, tanto più ripugnante a ragione, come sa ogni novizio di logica, anzi ogni semplice seguace del senso comune.
Che se il modernismo riformista muove da un principio così assurdo, non fa meraviglia che si metta per una via falsa e riesca ad assurde conseguenze: ad errori o eresie nell'ordine speculativo; a rimedi peggiori del male e a rovine nell'ordine pratico.
Sono errori, e spesso eresie, le negazioni a cui esso trascorre della legittimità, della ragionevolezza o del debito di ciò che si trovi per sorte soggetto ad abusi. Sono rimedi peggiori del male, cioè rovine nell'ordine pratico, quei rimedii pratici e radicali che esso propone di menomazione, di abolizione o trasformazione, in cambio di riforma. Tanto più che, ammesso il loro principio o norma pratica di riforma - quella cioè di correre tosto a rinnegare la legittimità speculativamente, e praticamente a dìstruggere l'esistenza di ciò che va incontro ad abusi - nulla più sussiste, in qualsiasi ordine, d'intatto e di sicuro.
Non nell'ordine pratico; perchè non ci vuole alfine grande esperienza, nè grande acume di raziocinio a persuadersi che non si dà cosa al mondo, nella quale o per insipienza o per malizia dell'uomo non possa e a lungo andare non riesca a insinuarsi qualche abuso. E i modernisti stessi, per quanto si suppongano ottimisti, ossia ingenui oltre ogni credere, nelle proposte di riforme senza fine, e tutte rapide e radicali, che ci fanno, non oseranno forse sperar tanto.
Non nell'ordine speculativo; perchè come l'errore dal giro delle idee passa, per naturale estensione, all'ordine dei fatti, alla pratica; così, per un facile ricambio, dal giro dei fatti risale a quello delle idee, senza dire che già la colpa trae seco o presuppone un'ignoranza o un errore. Conforme a ciò, ogni disordine o abuso è facile occasione di errare; mentre chi lo sostiene cerca in un falso principio la propria giustificazione, e chi lo condanna trova nel fatto stesso dell'abuso un pretesto di trarne qualche falsa conclusione.
Ma nell'uno e nell'altro caso, come si è notato più volte nella storia dell'errore, si muove da uno stesso presupposto falso e da esso logicamente si tirano conclusioni contraddittorie.
Il presupposto falso è di confondere il diritto con l'uso, il dovere o il potere con l'attuazione o l'esercizio. Quindi la conclusione degli uni, che la legittimità dì quello scusi o legittimi il disordine di questo, cioè l'abuso. E quindi pure la conclusione degli altri che la illegittimità di questo mostri evidente la illegittimità di quello, cioè del diritto, e perciò la necessità di abolire il diritto stesso o il soggetto dell'abuso, perchè sia efficace la riforma. Sono conclusioni opposte fra di loro e in sè assurde, come ognun vede, ma dedotte logicamente da uno stesso principio. E però, se vale ancora qualche cosa la logica, esse basterebbero da sè, quando altro non vi fosse, a dimostrare la falsità del principio stesso. Dalla falsità e dalla contraddizione del conseguente non si può che risalire alla falsità dell'antecedente; come solo da un'assurdità di principio si può scendere logicamente ad assurdità di conclusioni per una parte così opposte e per altra così concordi nell'errare.
Chi dunque, secondo il dettato dell'antica sapienza, vuol evitare le conseguenze, bisogna che muti i principii, donde queste scaturiscono: Muta antecedentia, si vis vitare sequentia.

V.

Da tutte le cose dette si conferma novamente, che neppure in quest'ultimo estremo del loro sistema i modernisti sono moderni: essi continuano anche qui la vecchia tradizione del vizio e dell'errore.
E il simile notava già, fino dalla prima metà del secolo XV, il gran cancelliere parigino, Gersone, a proposito di molti eretici, anche de' suoi tempi; i quali avevano preso le mosse a traviare dal falso zelo o dal pretesto «di togliere gli scandali dalla casa di Dio per questa o quella via di predicazione». «Di qui - scriveva egli - le eresie contro il primato della Chiesa romana, che senza di essa vi abbia salute; contro le dotazioni della Chiesa universale, che sieno quasi veleno sparso sopra di lei e officina di ogni specie di simonia; contro la condizione splendida e l'ampia famiglia dei prelati, e quindi si possa dai secolari prendere loro ogni cosa; contro l'osservanza dei religiosi, quasi che contrastino alla libertà della legge di Cristo... e così di altre cose molte. Mentre spiacevano i costumi, nacquero gli errori: fu condannato per giunta lo stato, mentre vi si scorgeva spiacevole abuso, a esempio del medico stolto che distrugge il soggetto, mentre si sforza di cacciarne la malattia» [3].
E non meno fiero di Gersone insorgeva contro l'ipocrisia e la sofistica dei falsi riformatori Pietro d'Ailly, al Concilio di Costanza, con parole scultorie in cui vibra davvero il palpito dell'attualità e che noi altrove abbiamo ripetuto ai modernisti [4].
Scendendo poi all'età della pseudo-riforma e giù giù fino a quella del giansenismo, del gallicanesimo, del liberalismo dei tempi nostri, le testimonianze di questa sofistica nei pretesi riformatori sono tante e così palpabili che si rende inutile il farvi insistenza.

VI.

Piuttosto è a deplorare da capo, che il modernismo riformista peggiori di tanto anche questa vecchia sofistica; e, che è peggio ancora, la indirizzi a sommuovere di soppiatto gli stessi fondamenti della Chiesa, sotto colore di riforma. Chi ci ha tenuto dietro fin qui, non ne avrà più dubbio: chi ne ritenesse ancora qualche ombra, esamini posatamente i quattro capi di riforme, a che si possono ridurre le proposte ardimentose mentovate dall'enciclica e da noi sopra ricordate in compendio: insegnamento, culto, costituzione o governo e costumi.
Anche senza un lungo trattato - quale potrebbe pur farsi per ognuna di tali proposte in particolare - apparirà di primo tratto manifesto, com'esse portino seco un'infinità d'innovazioni, speculative e pratiche, le più radicali; onde infine il pervertimento e la distruzione di ciò che è la essenza stessa della Chiesa. Così l'insegnamento, riformato sopra le rovine della scolastica e del catechismo, nell'istituzione scientifica e nella istruzione popolare, vuole finire con la distruzione di tutto l'edifizio dottrinale del cattolicismo, anzi di ogni cristianesimo dommatico, per introdurvi in quel cambio un «cristianesimo etico» in perpetua evoluzione, con una forma nuova di religione o religiosità dell'avvenire.
Similmente il culto, riformato dal modernista o piuttosto menomato, se non affatto abolito, in tutte o quasi le manifestazioni esteriori, riesce a rompere o a rilassare il vincolo sociale della religione, a soffocare o a rattiepidire il fervore della stessa religione interna, che stante la natura dell'uomo, composta di anima e di corpo, deve espandersi di necessità in atti anche esteriori; infine riesce a stravolgere il concetto stesso del culto debito a Dio, il quale culto non è ristretto al solo spirito dell'uomo, ma a tutto l'uomo, di cui Dio è l'autore. Che se pure si vuole conservato il culto esterno secondo i placiti del simbolismo modernista, esso è ridotto a un'ombra, a un cadavere di culto, senza spirito nè vita, o più veramente a una forma d'impostura.
Nè meno grave è la innovazione che vagheggiano della costituzione e del governo della Chiesa: essa importa la negazione di non pochi dogmi, come della fondazione divina della Chiesa stessa, della sua unità monarchica, del primato di Pietro e dei suoi successori, con tutte le loro doti e prerogative: di più, una introduzione esplicita della prevalenza democratica, che finirebbe in un'anarchia, nella costituzione e nel governo ecclesiastico: questo verrebbe insomma stravolto nella sua triplice funzione, legislativa, giudiziaria ed esecutiva, secondo le teorie politiche del Rousseau, non senza molti riscontri con gli antichi vaneggiamenti dei legulei e degli imperialisti medievali, dei giansenisti e dei gallicani - di cui la storia ricorda i pestiferi effetti nei più gravi disordini - traendo seco un intero rivolgimento della disciplina e del dogma.
Non parliamo poi delle riforme di costumi o di morale; chè qui le proposte si moltiplicano tanto più facilmente, in quanto i modernisti parlano sempre di riformare altrui e non mai se medesimi, al contrario dei santi. Essi anzi s'indegnano, come per insulto, contro chiunque parli loro di pensare qualche poco a se stessi, di riformare le loro idee, i loro modi o costumi. Infatti l'esaminarsi, il pentirsi l'umiliarsi, l'ubbidire, il mortificarsi e tutte le virtù insomma che sono ordinate all'atto, primo e più necessario all'individuo, di perfezionare se stesso, vengono da essi disprezzate col nomignolo di «passive»; esaltate in loro vece, ed esse sole onorate del titolo pleonastico di «attive», le virtù ordinate all'azione esteriore, in cui l'uomo si effonde, si agita e si riversa tutto nel turbine della vita moderna, cercando i suoi modelli, non sul Calvario o a Betlem, ma là, oltre i mari, «nel paese della vita intensa».
Molto meno toccheremo ora delle proposte troppo dubbiamente sincere, di ritornar il clero all'antica povertà, e meno ancora di altre più delicate, quali, ad esempio, l'abolizione del celibato e la coeducazione dei due sessi, difesa quella da don Domenico Battaini, e questa da don Romolo Murri, i quali si guarderanno bene dallo smentirci.
Ora noi vogliamo finire qui, con la chiusa dolorosa del nostro santo Padre Pio X: - «Che si lascia dunque d'intatto nella Chiesa che non si debba da costoro e secondo i loro principii riformare?»- E se così è, non sono essi riformatori saggi, ma distruttori insipienti, ma pervertitori. E tanto basti.

Prospetto degli articoli della Civiltà Cattolica sul modernismo:FascicoloData:AnnoVolume
Decreto Lamentabili, testo, traduzione e commento137124 luglio 190758°III
Enciclica Pascendi testo latino137418 sett. 190758°III
Enciclica Pascendi traduzione italiana137528 sett. 190758°IV
Il modernismo filosofico (I parte)137722 ottobre 190758°IV
Il modernismo filosofico (II parte)137928 novembre 190758°IV
Motu Proprio Prestantia Scripturae Sacrae lat./it137927 novembre 190758°IV
Il modernismo teologico (I parte)138126 dic. 190759°I
Il modernismo teologico (II parte)13828 genn. 190859°I
Il modernismo teologico (III parte)13845 febbr. 190859°I
Il modernismo teologico e il Concilio Vaticano138612 marzo 190859°I
Il modernismo teologico e il suo sistema di conciliazione138810 aprile 190859°II
Il modernismo ascetico13906 maggio 190859°II
Il modernismo apologetico139129 maggio 190859°II
Il modernismo riformista140129 ottobre 190859°IV
torna __________________________________

NOTE:

[1] «Ecclesia Dei inter multam paleam multaque zizania constituta, multa tolerat; et tamen quae sunt contra fidem vel bonam vitam non approbat, nec tacet, nec facit». Ep. 55 ad Ianuar. Cf. Migne, Patrol. lat., XXXII, 221 s.
[2] Il buon uso della logica in materia di religione. 4a ediz. Roma 1807. Tom. 1, p. 113 ss.
[3] Gerson, De consol. theol., lib. III, 2. Una simile osservazione faceva altresì, con molta vivezza, a proposito di Arnaldo da Brescia, un suo contemporaneo, Guntero cistercense, nel poema Ligurinus, scritto in lode del Barbarossa (lib. III, v. 288; cf. Migne Patrol. lat., CCXII, 370); ove si duole che l'eresiarca dai veri abusi dei chierici deducesse false conseguenze, e che dalle sue false conseguenze i chierici traessero pretesto a non correggersi degli abusi: ond'egli esclama, in quei suoi esametri bonarii ma efficaci:
«Et fateor, pulchram fallendi noverat artem,
Veris falsa probans quia tantum falsa loquendo
Fallere nemo potest; veri sub imagine falsum
Influit, et furtim deceptas occupat aures».
[4] Cf. Civ. Catt., 1906 (3 febb.), p. 257.

venerdì 5 ottobre 2012

nel 1700° anniversario della battaglia di Ponte Milvio

 
Lepanto


         Il1700° anniversario della battaglia di Ponte Milvio sarà commemorato da una conferenza sul temaCostantino il Grande

tra tradizione, storia e attualità


che si svolgerà
lunedì 29 ottobre
alle ore 18.00 aRoma presso la Sala S. Pio X, via dell'Ospedale
(angolo via della Conciliazione). 
Parleranno il prof. Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e il prof. Massimo Viglione, dell'Università Europea di Roma.

giovedì 4 ottobre 2012

"Soltanto il rigetto degli errori conciliari ed il ritorno al magistero tradizionale, potranno liberare le forze soprannaturali della Chiesa per rigenerare le anime e la società tutta intera." (D. Pierpaolo Petrucci)

XX Convegno di Studi Cattolici FSSPX -
Rimini
19-20-21 ottobre 2012
Editoriale di
don Pierpaolo Petrucci
"La Tradizione Cattolica"
A cinquant’anni dal concilio si può dire che alcune cose stanno cambiando all’interno della Chiesa. Il Motu proprio Summorum Pontificum ha permesso a diversi sacerdoti di riscoprire la S. Messa tradizionale, e questo li porta spesso ad iniziare un percorso che li conduce a comprendere la profonda crisi dottrinale che sta attraversando la Chiesa, fino a riscoprire nella sua integrità tutta la dottrina tradizionale. Viceversa le forze moderniste che sono all’origine della rivoluzione attuale, vogliono conservarne i principi generatori. Allora operano perché questo percorso si arresti unicamente all’aspetto liturgico o ancora peggio “rubricistico”, in modo che non si giunga a tutte le conseguenze che la celebrazione della S. Messa tradizionale porta in sé.

Quando infatti la rivoluzione non può impedire una resistenza, cerca di incanalarla cosicché non possa intaccare i principi che l’hanno generata; sono ritirate strategiche, a volte rese necessarie dalle circostanze, che servono per recuperare coloro che ancora resistono all’uno o all’altro aspetto dei suoi sconvolgimenti. Due passi avanti ed uno indietro, questa è la sua tattica. Così la Rivoluzione francese: dal terrore giacobino si trasforma in rivoluzione borghese con il Direttorio, poi tende la mano alla Chiesa con Napoleone, quindi apre le porte alla monarchia nella pseudo restaurazione del 1815… senza però rinunciare ai germi che la alimentano. Oggi ciò che può soffocare la buona reazione di tanti sacerdoti e laici che si sono avvicinati alla Tradizione della Chiesa tramite la liturgia, sono coloro che limitano la resistenza cattolica alla messa tradizionale… accettando però in via di principio come “rito ordinario” la messa moderna, di chiara ispirazione protestante, e cercando di incanalare la reazione tradizionalista sotto l’autorità di Vescovi acquisiti all’ideologia conciliare: un sussulto autenticamente cattolico e controrivoluzionario si trasforma così in un pezzo da museo. Nel vasto Pantheon ecumenico post-conciliare, c’è posto per tutti, anche per gli amanti della vecchia liturgia… purché non mettano in discussione la nuova messa ed accettino le novità del Concilio. Concilio che conteneva già in germe la riforma liturgica e la crisi che si rivelò nel post-concilio, benché tutti i Padri celebrassero allora unicamente la messa tradizionale.
Per una vera restaurazione delle Chiesa non ci si può accontentare di condannare gli eccessi, facendo però quadrato intorno ai principi che hanno generato la crisi!
Per questo il dibattito essenziale oggi è proprio sul Concilio: è necessario approfondirne i testi, mettere in rilievo gli errori che vi sono penetrati, evidenziarne le conseguenze dirette nella riforma liturgica, nella scristianizzazione della società, nella morte dello spirito missionario. Soltanto il rigetto degli errori conciliari ed il ritorno al magistero tradizionale, potranno liberare le forze soprannaturali della Chiesa per rigenerare le anime e la società tutta intera. A ciò, anche quest’anno, il nostro Convegno vuole portare il suo contributo e vi invitiamo a partecipare numerosi.
***
La Fraternità Sacerdotale San Pio X
in collaborazione con la Rivista "La Tradizione Cattolica"
invita al 20° Convegno di Studi Cattolici
sul tema:
Concilio Vaticano II: Tradizione o Rivoluzione?
Alle radici della crisi nella Chiesa
Rimini 19, 20, 21 ottobre 2012
Sede dei lavori:
Hotel Carlton
Viale Regina Margherita, 6
Marebello di Rimini (RN)
0541.37.23.61 - Fax 0541.37.45.40
 
Programma
Venerdì 19 ottobre
ore 20.30 Alessandro Fiore
Un albero si giudica dai frutti. Le conseguenze del Concilio
ore 21.00 Francesco Colafemmina
Il nostro tempo è tempo di Rivoluzione. Arte ed architettura sacra. Il Concilio della Rottura
Sabato 20 ottobre
ore 9.00 saluto ai partecipanti e inizio dei lavori
ore 9.15 Don Pierpaolo Petrucci
Il Concilio Vaticano II e la salvezza delle anime. La morte dello spirito missionario
Presentazione del libro di Mons. Tissier de Mallerais:
La strana teologia di Benedetto XVI. Ermeneutica della Continuità o Rottura?
ore 11.00 Alessandro Gnocchi
Dal linguaggio della Rivoluzione alla rivoluzione del linguaggio. Cosa il Vaticano II ha detto di nuovo e cosa ha taciuto di antico
ore 12.30 pausa pranzo
ore 15.30 Don Mauro Tranquillo
il Rinnegamento della Tradizione romana: Nuovi Riti per una nuova Chiesa?
ore 16.30 Matteo D’Amico
Il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato. “Nostra Ætate” e la nuova teologia del rapporto fra Chiesa cattolica ed Ebraismo
Conclusione di Don Pierpaolo Petrucci
Domenica 21 ottobre
ore 10.30 Santa Messa al Priorato Madonna di Loreto
Via Mavoncello, 25 - Rimini (frazione Spadarolo)
ore 12.30 Pranzo ufficiale al Priorato Madonna di Loreto
(offerta libera, iscrizione obbligatoria alla segreteria dell’Hotel Carlton)
Alloggio
Hotel Carlton, Viale Regina Margherita, 6
Marebello di Rimini (fermata 24)
0541.37.23.61 - 0541.37.45.40
e-mail: info@hotelcarltonbeach.it
Prezzo a persona, per camera e colazione
camera singola € 50,00
camera doppia € 35,00 a persona
camera tripla € 30,00 a persona
camera quadrupla € 28,00 a persona
Il pranzo di sabato a mezzogiorno si terrà nel
r i s t o r a n t e R e g i n a M a r g h e r i t a ,
Vi a l e R e g i n a M a r g h e r i t a , 4 1 .
Prezzo € 23 bevande incluse, iscrizione alla
segreteria dell’Hotel Carlton.
La domenica avrà luogo un pranzo ufficiale presso
il Priorato (offerta libera, iscrizione obbligatoria
alla segreteria dell’Hotel Carlton).
L’Hotel Carlton è situato a Marebello di Rimini
direttamente sul mare. Dalla stazione prendere
l’autobus n. 10 o 11 e scendere alla fermata n° 24
(circa quindici minuti).
Fonte:

domenica 30 settembre 2012

Editoriale di ottobre di Radicati nella Fede": "Ma può essere definito “straordinario” ciò che è stato vincolante e obbligatorio per quattordici secoli se non di più?"


LA TRADIZIONE
UNICO FONDAMENTO DELL’AUTORITA’
La Messa di San Martino di Tours (+397)
 
Editoriale di “Radicati nella fede”, ottobre 2012

  Oh se tutti i preti che hanno scoperto la profondità e la bellezza e la verità della grande Tradizione della Chiesa, avessero con decisione abbracciato la celebrazione della Messa di sempre, ora le cose non starebbero così! Certo, perché se è vero che tutti i fedeli hanno il dovere di vigilare sulla propria vita cristiana, questa vigilanza è gravissimo dovere di ogni sacerdote. Un dovere non solo per sé, ma anche per il popolo santo di Dio.

 Invece assistiamo ancora a notizie date come sensazionali, che sensazionali non sono: una Messa tradizionale qua, una là... qui una al mese... di là il Vescovo ha benevolmente concesso... qui un Cardinale ha celebrato, l'altro ha assistito...tutto questo ci piace poco, lo diciamo in tutta sincerità.

 Chi scrive così sui bollettini o sui siti internet, manifestando gioiosa meraviglia per queste celebrazioni sporadiche, senza volerlo dà sostegno ha chi ritiene “straordinario” il rito tradizionale della Messa.

 Ma può essere definito “straordinario” ciò che è stato vincolante e obbligatorio per quattordici secoli se non di più? Straordinario può esserlo per ragioni politiche e sociologiche: visto che l'assoluta maggioranza delle Messe è secondo il rito di Paolo VI, straordinaria è la Messa tradizionale, in quanto minoritaria, per ora.

 Ci sembra però illogico, infondato, definirlo “straordinario” il rito tradizionale, se con questo termine si vuol dire che è concesso straordinariamente.

 Purtroppo i preti l'hanno inteso così, e così l'hanno inteso i fedeli da loro consigliati.

 La Messa tradizionale non è “concessa”, è di diritto nella Chiesa, perché porta in sé l'Autorità dei secoli della Cristianità. La Messa cattolica, come è stata celebrata per secoli, è lei che giudica le novità dei nuovi riti, ma lei non può essere giudicata da nessuno. Questo i preti lo dovrebbero avere chiaro, per il concetto stesso di Tradizione e di deposito della fede.

 È la novità che va messa sotto giudizio dalla Tradizione, anche liturgica, plurisecolare della Chiesa.

 Se invece è la novità che mette sotto accusa e giudizio la Tradizione, come avviene oggi quando si chiede timidamente una Messa antica qua e là, assicurando di non essere contro la nuova Messa, e quando con magnanimità si concede qua e là il rito antico, allora siamo di fronte ad una svolta ideologica nella Chiesa cattolica, che fonda l'Autorità su se stessa e non sulla Tradizione.

 Non vogliamo mettere confusione in nessuno, vogliamo semplicemente dire che l'Autorità nella Chiesa è di natura diversa da quella del mondo moderno. L'autorità per i cristiani si fonda sulla Verità, quella data da Dio nella Rivelazione e trasmessa dalla Tradizione, per questo l'Autorità diventa custode della Tradizione, e il custode supremo della Tradizione, del Depositum Fidei, è il Papa.

 Nel mondo moderno invece è l'autorità che fa la verità, basandosi su maggioranze e convenienze, o oscuri disegni di potere... è così perché non crede alla verità, per cui non riconosce la verità, ma decide di farla e di... cambiarla se occorre.

  Se si introducesse nella Chiesa un modo simile di esercitare l'autorità sarebbe la fine... ma la fine dell'autorità in tantissimi campi l'abbiamo già vista.

 Per questo avremmo desiderato vedere tanti sacerdoti celebrare ordinariamente la Messa di sempre, per amore della Chiesa e della sua Autorità. Sì, perché l'unico aiuto e amore possibile all'Autorità nella Chiesa è tornare alla Tradizione con sincerità.

sabato 29 settembre 2012

Dopo la Rivelazione si può ancora chiamare Dio sconosciuto?

Dopo il Concilio tutto è possibile.... evidentemente anche una "ateologia" da cortile. Proponiamo al proposito ai nostri lettori due riflessioni, la prima di Gnocchi e Palmaro e la seconda della Siccardi. E' stato ricordato che il cardinale Luigi Ciappi, teologo personale di quattro papi, tra i quali Giovanni Paolo II, un giorno mise tutti sull’avviso: "Nel Terzo Segreto [di Fatima] viene predetto, tra molte altre cose, che la grande apostasia nella Chiesa inizierà dall’alto"....
 


CON IL CORTILE DEI GENTILI,
AD ASSISI VA IN SCENA
LA “TEOLOGIA DEL DUBBIO 2.0”
di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro
“L’elenco dei partecipanti è impressionante”: così dice L’Espresso e, per una volta, non lo si può contraddire quando parla di questioni ecclesiali. Anzi, non si riuscirebbe trovare espressione più efficace di quella usata dal laicissimo settimanale romano per presentare la nuova iniziativa sorta sotto l’egida del Cortile dei Gentili guidato dal cardinale Gianfranco Ravasi.
Persino la gazzetta ufficiale dell’intellighenzia laica strabuzza gli occhi,anche se con compiacimento, e, a pagina 93 del numero 39, scrive proprio così: “L’elenco dei partecipanti è impressionante”. Non si può certo biasimare l’A.C.P. che sigla il pezzo, visto che poi spiega: “Da Susanna Camusso a Umberto Veronesi, da Massimiliano Fuksas a Gustavo Zagrebelsky, da Enzo Bianchi ad Alex Zanotelli. E poi Lucia Annunziata, Luigi Berlinguer, Franco Bernabè, Giancarlo Bosetti, Vincenzo Cerami, Ferruccio de Bortoli, Umberto Galimberti, Giulio Giorello, Ermanno Olmi, Ermete Realacci… Tutti riuniti ad Assisi, venerdì 5 e sabato 6 ottobre, per una nuova tappa del Cortile dei gentili, la serie di incontri per promuovere in tutto il mondo il dialogo tra cristiani e non credenti avviata dal cardinal Gianfranco Ravasi nel febbraio del 2011. Titolo della due giorni di Assisi ribattezzata “Cortile di Francesco”: Dio, questo sconosciuto”.
In effetti, il titolo pare azzeccatissimo. Tanto più se si scorre l’elenco dei partecipanti, di cui, a costo di infliggere una dura penitenza al lettore, conviene riportare la formazione al completo orgogliosamente fornita dal programma: “Eraldo Affinati, Lucia Annunziata, Luigi Berlinguer, Franco Bernabè, Enzo Bianchi, Giancarlo Bosetti, Luigino Bruni, John Borelli, Susanna Camusso, Aldo Cazzullo, Vincenzo Cerami, Lorenzo Chiuchiu’, Virman Cusenza, Ferruccio de Bortoli, Domenico De Masi, Massimiliano Fuksas, Umberto Galimberti, Stas’ Gawronski, Massimo Giannini, Giulio Giorello, Simon Hampton, Orazio La Rocca , Raffaele Luise, Monica Maggioni, Giuliana Martirani, Armando Matteo, Roberto Olla, Ermanno Olmi, Mario Orfeo, Moni Ovadia, Giuseppe Piemontese, Federico Rampini, Ermete Realacci, Giuseppe Virgilio, Umberto Veronesi, Gustavo Zagrebelsky, Alex Zanotelli”.
Uno splendido parterre che pare quasi l’elenco delle figurine di un gioco di società che potrebbe chiamarsi “Bravo chi trova il cattolico”. E invece è qualcosa di serio, di terribilmente serio. O “impressionante”, come si compiace L’Espresso. Tanto serio che la due giorni di Assisi si apre con un serissimo dialogo tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il cardinale Gianfranco Ravasi e si chiude con un dialogo tra il ministro Corrado Passera e, naturalmente, il cardinale Gianfranco Ravasi.
Si sarebbe tentati di eccepire subito sul piano dottrinale, sul piano ecclesiale, sul piano culturale, sul piano formale e su svariati altri piani. Ma prima bisogna concedersi una spruzzatina di sana demagogia, un puf di quel censurare che piace tanto alla Chiesa che piace e dovrebbe trovare orecchie sensibili tra organizzatori e partecipanti dell’evento in questione, visto che si apprestano ancora una volta ad abusare di Assisi e del nome del Poverello. Insomma, quanto costa questa faraonica kermesse, nel cui programma c’è di tutto, persino un laboratorio di scrittura creativa, tranne una Messa? Chi paga? Con i soldi di chi? Il presidente Napoletano viene a spese del contribuente italiano, del cattolico che versa l’otto per mille o a spese proprie? E il ministro Passera? Ed Eraldo Affinati? E Lucia Annunziata? E tutti gli altri, in ordine alfabetico, fino ad Alex Zanotelli?
Davanti a queste semplici domande, ci sarà qualcuno così sprovvisto di pudore da gridare effettivamente alla demagogia.Ma chi di demagogia ferisce di demagogia perisce: non sarebbe stato meglio, in tempi di crisi come questi, impiegare in qualche opera di carità i soldi necessari per mettere su un simile simposio? Riesce onestamente difficile immaginare qualche professionista della rampogna alla Chiesa costantiniana trionfalista e collaterale al potere che questa volta si alzi in piedi e osi dire che no, con Napolitano non si può, che questo è meretricio perpetrato con il potere di turno, che è il momento della sobrietà. Lo farà, tanto per fare un esempio, il Priore-di-Bose-Enzo-Bianchi, così avvezzo a bacchettare la Chiesa di tutti i secoli tranne quella a sua immagine somiglianza? Lo farà Alex Zanotelli, l’icona del Vangelo ridotto a sociologismo? Trovandoli nell’elenco degli ospiti della kermesse, si direbbe proprio di no.
Ma, purtroppo, non è questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Il problema è un altro, ed è che ad Assisi ci si appresta a mettere in scena una nuova versione riveduta e aggiornata di quella teologia del dubbio che tanto aveva avuto fortuna grazie al cardinale Martini con la Cattedra dei non credenti. E non è un caso che, alla regia, ora vi sia un cardinale cresciuto alla scuola del martinismo come Gianfranco Ravasi. La matrice è evidentissima sin dalla pagina del sito del Cortile dei Gentili in cui si presenta l’iniziativa: “In occasione dell’Anno della Fede, indetto da Papa Benedetto XVI, il Cortile dei Gentili vuole raccogliere e dare forma al grido spesso silenzioso e spezzato dell’uomo contemporaneo verso un Dio che per un numero crescente di persone rimane un ‘Dio sconosciuto’.
Il Cortile dei Gentili intende così proporsi come laboratorio di un dialogo di pari dignità tra atei e credenti che purifichi gli atteggiamenti profondi di entrambi nei confronti di Dio e della fede. Ci sostiene in questa impresa la nobile figura diFrancesco, il Poverello di Assisi, amato dai credenti di ogni confessione e dai ‘non credenti’, che ci indica sempre di nuovo le vie di questo dialogo attorno alla fede: il grido dei poveri e della Creazione, il grido della pace e della non-violenza, la sfida del dialogo interreligioso e interculturale, una nuova centralità della contemplazione attiva, il grido della bellezza contro la bruttezza e la bruttura”.
Una sublime versione 2.0 dell’invenzione martiniana che, una volta innescata, porta il cattolicesimo all’autodissoluzione.Fino a ridurre pastori, intellettuali e semplici fedeli a mendicare in casa d’altri una fugace visione di una verità provvisoria, come un’improbabile vista mare dalla camera d’angolo della pensione Mariuccia.
Ogni casa a cui si bussa è un approdo che durerà lo spazio necessario per incontrare un interlocutore e un pensiero più forte e prepotente del precedente. Ma ormai, se non si pone riparo, manca poco al termine del viaggio, poiché l’interlocutore attuale è il negatore della verità. Non a caso, il titolo della rassegna è un inquietante “Dio, questo sconosciuto”, così compiacente nei confronti dell’ateo da mostrare impudicamente tutto il timore e il tremore che il cattolico venuto su a pane, dialogo e Cattedra dei non credenti prova davanti al mondo. Tant’è vero che il clou dei clou dell’evento è l’incontro officiato da Giorgio Napolitano e dal cardinale Ravasi a cui farà da cerimoniere il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli.
Non a caso si dice “officiato”, perché questi sono veri e propri riti attraverso i quali si celebra e si diffonde la nuova religione del dialogo. Cerimonie che replicano fin nelle pieghe più intime quelle che vanno di moda nel mondo, red carpet compreso. Naturalmente, la celebrazione dell’inchino davanti al mondo ha la sua massima solennità se viene officiata al cospetto del pontifex maximus della laicità, che in Italia è il presidente della Repubblica in quanto Garante-della-Costituzione. Nel caso presente, riesce difficile immaginare un suo sostanzioso contributo al tentativo, sempre che questo sia lo scopo della kermesse, di rendere Dio un po’ meno sconosciuto. A meno che non ci vada a ripensare pubblicamente quanto Napolitano ha fatto nel caso di Eluana Englaro: ma c’è da credere che questo il coofficiante Ravasi e il cerimoniere de Bortoli non glielo chiederanno.
Ancora una volta, abusando di Assisi e di San Francesco, grazie a un’iniziativa cattolica verranno celebrati i fasti della laicità. Laicità “sana”, sia ben chiaro, perché quella malata magari mette qualche brivido persino ai teologi del dubbio, in quanto esige di scegliere subito e una volta per sempre, mentre loro preferiscono rimandare e dialogare all’infinito.
È persino tenera l’ingenuità dei cultori del dubbio, i quali fingono di non capire che, sana o malata, la laicità è sempre laicità e il suo scopo è quello portare il cattolico a praticare un’altra religione. È grazie alla “sana laicità”, la cui espressione massima si trova nel culto della legalità, che oggi i cattolici considerano peccato ciò che offende il mondo invece di ciò che offende Dio, transigono su qualsiasi eresia ma guai a passare col rosso a non chiedere lo scontrino del caffè. Poveri fedeli e poverissimi pastori che, a forza di dialogare e mettere tra parentesi la propria fede, hanno finito per camminare capovolti. Fino all’assurdo di sacerdoti intimamente scandalizzati davanti ai mafiosi che dicono di credere in Dio invece che davanti a quelle personcine perbene che praticano l’aborto, aspirano all’eutanasia e di Dio non vogliono neppur sentire parlare. Sacerdoti che gridano pubblicamente allo scandalo davanti all’atto di fede di un peccatore invece che davanti alla negazione di Dio di un benpensante. E poi rimproverano la Chiesa di aver smarrito la strada autentica del Vangelo.
L’evento di Assisi pare proprio la celebrazione di questo cristianesimo derubricato ad happening culturale, dove tutto si equivale a tutto, ma il Vangelo cede il passo alla Costituzione. Basta che si faccia cultura e si parli, si parli, si parli tanto fino a mescolare le parole e produrre l’illusione di diventare tutti più colti, di saperne di più su Dio ma senza provarne, in fondo, troppo interesse. Ben diversa è la via tracciata in quell’aureo vademecum che è L’imitazione di Cristo, un testo che non verrà certo distribuito il 5 e 6 ottobre ad Assisi: “Coloro che sanno desiderano apparire ed essere chiamati sapienti. Ma vi sono molte cose, la cui conoscenza giova ben poco, o non giova affatto, all’anima. Ed è tutt’altro che sapiente colui che attende a cose diverse da quelle che servono alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l’anima; invece una vita buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia in Dio. (…)
Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o scienza, che tu possegga, ma piuttosto abbi timore del sapere che ti è dato.Anche se ti pare di sapere molte cose; anche se hai buona intelligenza, ricordati che sono molte di più le cose che non sai. Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16); manifesta piuttosto la tua ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne trovano molti più dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare e conoscere qualcosa, in modo spiritualmente utile, cerca di essere ignorato e di essere considerato un nulla. E’ questo l’insegnamento più profondo e più utile, conoscersi veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e avere sempre buona e alta considerazione degli altri; in questo sta grande sapienza e perfezione”.
Si obietterà che il Cortile dei Gentili “l’ha voluto il Papa”. Nell’home page dell’apposito sito, viene spiegato fin dalle prime righe: “Il Cortile dei Gentili è un suggerimento di Papa Benedetto XVI poi sviluppato dal Cardinale Ravasi, con lo scopo di creare uno spazio neutrale d’incontro tra credenti e non credenti”.
Ma il punto è proprio questo: circa le ragioni ultime del credere, lo spazio neutrale non esiste. A meno che non si pensi che qualunque opinione su Dio sia equivalente alle altre. Ma questo, in fondo, non lo pensa neanche un ateo.
 
cdg
 
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IL “CORTILE DEI GENTILI” AD ASSISI IMPEGNA QUARANTA RELATORI. MA PER PARLARE DI CHI E DI CHE COSA?
  di Cristina Siccardi
 
Il Cardinale Carlo Maria Martini ha fatto scuola. Fu lui, Vescovo e Cardinale, a ideare la «Cattedra dei non credenti», una formula che si è trasferita nel cosiddetto «Cortile dei gentili», incontri che dal 2011 si svolgono un po’ ovunque per promuovere in tutto il mondo il dialogo tra cristiani e non credenti; un’iniziativa ideata dal Cardinale Gianfranco Ravasi, dal 2007 presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
Fra alcuni giorni, il 5-6 ottobre, avremo il «“Cortile di Francesco”: Dio, questo sconosciuto”». Cortile di Francesco? Ma san Francesco non ha nulla a che vedere con questa iniziativa laicissima e relativista, all’insegna della religione-non religione. Dio, per san Francesco, non era affatto sconosciuto, visto che per Cristo ha giocato tutta la sua vita e lasciò il mondo per abbracciare la Croce e l’abbracciò così tanto e così forte da meritare le stigmate.
Tanti nomi di successo, tanti volti di potere, quello statale, governativo, economico, culturale, giornalistico... Tante parole, un oceano di parole: nove incontri sparsi nella città del cattolicissimo san Francesco. Qui i riflettori saranno puntati su tutto e di più, tranne che sull’unica Verità rivelata da Gesù Cristo e custodita da Santa Romana Chiesa; qui troveremo il soggettivismo più smodato, quello che tanto spaventava e allarmava il Cardinale Newman, il quale rimase solo, nell’anglicana Inghilterra (molto più anglicana di oggi) a difendere quella Verità che tanto aveva bramato. Qui non troveremo neppure la testimonianza dei martiri, che per la Fede hanno immolato la loro esistenza, che per amore del Crocifisso hanno offerto sull’altare se stessi.
Ben quaranta relatori si succederanno, ma per parlare di chi e di che cosa?
La kermesse si aprirà con Gianfranco Ravasi e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e si chiuderà con Ravasi e il ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti del governo Monti, un governo tecnocratico dalle idee decisamente relativiste, immanentiste, globaliste e, in pratica, a favore della dissoluzione delle radici cristiane.
Ecco gli altri nomi nomi: Eraldo Affinati, Lucia Annunziata, Luigi Berlinguer, Franco Bernabè, Enzo Bianchi, Giancarlo Bosetti, Luigino Bruni, John Borelli, Susanna Camusso, Aldo Cazzullo, Vincenzo Cerami, Lorenzo Chiuchiu', Virman Cusenza, Ferruccio de Bortoli, Domenico De Masi, Massimiliano Fuksas, Umberto Galimberti, Stas' Gawronski, Massimo Giannini, Giulio Giorello, Simon Hampton, Orazio La Rocca, Raffaele Luise, Monica Maggioni, Giuliana Martirani, Armando Matteo, Roberto Olla, Ermanno Olmi, Mario Orfeo, Moni Ovadia, Giuseppe Piemontese, Federico Rampini, Ermete Realacci, Giuseppe Virgilio, Umberto Veronesi, Gustavo Zagrebelsky, Alex Zanotelli.
Ecco i temi trattati: «il grido dei poveri e il grido della terra», la fede, il lavoro, il dialogo interreligioso e interculturale, i giovani e il rapporto tra l’arte e il sacro.
Insomma, ci saranno due protagonisti in scena: il dubbio e l’esperienza. Lui provocherà ancora più squilibrio in una società profondamente schizofrenica. Lei produrrà un caleidoscopio di idee “tarlanti” che si insinueranno nelle menti già più che sufficientemente confuse.
A chi, infine, questo simposio parlerà? La risposta è semplice: alle decine, forse centinaia di giornalisti che accorreranno ad Assisi e che faranno in modo che l’evento «sia stato un enorme successo». Certamente gli applausi arriveranno e saranno dettati dai nomi presenti, non dalle idee esposte. Aleggerà su Assisi una cappa protestante, liberista, atea, che trarrà alimento anche dalle idee socialiste e comuniste che continuano a vivere nel metabolismo di una civiltà malata, che ha deciso, scientemente, di aggravare il suo stato di salute spirituale e civile. Il linguaggio utilizzato sarà di carattere sociologico, demagogico, emotivo.
Dunque questo convegno della città che oggi è costretta ad ospitare eventi anti-cattolici non parlerà assolutamente alle anime assetate di certezze, di sicurezze, di trascendenza, di ancore a cui aggrapparsi, di pilastri a cui sostenersi, a quelle anime che a dispetto di tutto e di tutti accorrono ancora alle roccaforti dello spirito, ovvero ai Santuari o alle urne dei santi, come quella del cappuccino Pio da Pietrelcina, un altro figlio di san Francesco, che, anche lui, ricevette il dono delle stigmate. E non parlerà neppure a quelle anime che disperatamente vanno in cerca di pastori e maestri della Chiesa di Cristo e non di vip e narcisi, che amano se stessi e le passerelle del mondo.
Leggiamo nella prima lettera di san Giovanni:
«Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo. Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell'anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore» (1 Giov 4, 1-6).
Il 4 ottobre sarà la festa di san Francesco e il 7 ottobre Benedetto XVI proclamerà Dottore della Chiesa santa Ildegarda di Bingen: in mezzo a queste nobili date assisteremo a ciò che non vorremmo mai e poi mai si realizzasse. Ma sappiamo che la Passione della Chiesa è in atto, con tutte le sue dolorose conseguenze e la Fede, che per lei sarà dedicato un anno intero di riflessione e di preghiera (a partire dall’11 ottobre), subisce colpi spaventosi. Ci consoli il fatto che né san Francesco, né santa Ildegarda sarebbero stati invitati come relatori e neppure avrebbero partecipato, come spettatori, a questo triste e inquietante spettacolo.

venerdì 28 settembre 2012

TERZA GIORNATA DELLA TRADIZIONE A VERBANIA

 

Domenica 14 ottobre 2012
si terrà
TERZA GIORNATA DELLA TRADIZIONE

presso il "Chiostro Hotel" di Verbania



Organizzata dalla chiesa di VOCOGNO
e dalla cappella dell'Ospedale di Domodossola
dove si celebra la Messa Tradizionale

mercoledì 26 settembre 2012

Sunt fausta tibi cuncta, si Deus est pro te: la musica di Haydn e la sapienza di Sant'Alfonso come promemoria per i nostri governanti



Insanae et vanae curae invadunt mentes nostras,
saepe furore replent corda, privata spe,
Quid prodest
O mortalis conari pro mundanis,
si coelos negligas,
...

Sunt fausta tibi cuncta, si Deus est pro te.

Vane e folli preoccupazioni invadono la nostra mente
la pazzia ci riempie il cuore e ci deruba della speranza
O mortale, quale profitto dal mondo
se trascuri i cieli,
Se Dio è con te, ogni cosa ti sarà favorevole.

 
 
PROMEMORIA PER I NOSTRI GOVERNANTI TRATTO
da un brano di Sant'Alfonso Maria de Liguori, tratto dal volumetto
 ”La fedeltà de' vassalli”.
 
I re, se vogliono che i sudditi siano loro ubbidienti, devono procurare di renderli ubbidienti a Dio; e si prova.

1. Col promuovere i buoni costumi si promuove anche la pace comune dei cittadini e per conseguenza il bene di tutto lo stato. Questa è una verità così evidente che si prova da per tutto con l'esperienza: quei sudditi che sono ubbidienti ai precetti di Dio sono necessariamente ubbidienti anche alle leggi dei principi. La stessa fedeltà che conservano i vassalli verso Dio li rende fedeli ai loro sovrani. La ragione è chiara: quando i sudditi sono ubbidienti ai divini comandamenti, cessano le insolenze, i furti, le frodi, gli adulteri, gli omicidi; e così fiorisce lo stato, si conserva la sottomissione al sovrano e la pace tra le famiglie. Insomma coloro che stabiliscono di condurre una vita morigerata, stabiliscono anche di osservare i propri doveri; poiché allora si dedicano a reprimer le loro passioni e così vivono in pace con se stessi e con gli altri.

2. Ma a ciò bastano le leggi dei principi ed i supplizi destinati ai delinquenti. No (si risponde) non bastano; né le leggi né i supplizi umani bastano a frenar l'audacia e le passioni disordinate dei malvagi che ad altro non si dedicano che a migliorare i loro interessi ed a soddisfare i loro appetiti: e perciò quando si presenta loro l'occasione di disprezzare le leggi ed i castighi divini, facilmente disprezzano anche le leggi ed i castighi minacciati dai sovrani.

3. Giovano bensì le leggi umane a conservare i buoni costumi nei sudditi morigerati, ma non già ad ingerirli nei sudditi cattivi; la sola religione ingerisce e forma i santi costumi nelle anime, e così ella fa si che le leggi siano osservate. Se non vi fosse la religione, la quale insegna esservi un Giudice supremo che tutto vede e ben sa vendicare le malvagità degli empi, rare volte gli uomini si farebbero forza a soddisfare i loro doveri; e senza questo timore dei divini flagelli che tiene gli uomini a freno, gli empi dappertutto crescerebbero in eccesso.

4. La sola religione poi rende i vassalli veri ubbidienti ai loro principi, facendo ad essi intendere che son tenuti ad ubbidire ai sovrani, non solo per evitar le pene imposte ai trasgressori, ma anche per ubbidire a Dio e tenere in pace le loro coscienze [...].

5. Non bastano dunque le leggi né bastano i supplizi minacciati dalle leggi a reprimere le insolenze dei malvagi che poi disturbano la pubblica pace: poiché spesso i delitti restano impuniti, o perché restano occulti i delinquenti, o perché mancano le prove bastanti a poterli castigare; e non di rado, quantunque siano provati i delitti, i colpevoli con la fuga si sottraggono alla pena. [...].

6. Essendo poi vero che i re sono ministri di Dio e suoi luogotenenti, siccome i vassalli son tenuti anche per obbligo di coscienza di ubbidire ai loro monarchi; così i monarchi son tenuti di vigilare su i loro vassalli affinché essi obbediscano a Dio. Ad un uomo privato basta che osservi la divina legge per salvarsi; ma ad un re non basta: c'è bisogno che si adoperi quanto può, affinché i suoi sudditi osservino la divina legge, procurando di riformare i cattivi costumi e di estirpare gli scandali.

7. E quando si tratta dell'onore di Dio, devono i principi aver coraggio e non tralasciare il loro dovere per timore di qualche avversità o contraddizione che possa esser loro fatta; mentre ogni re che adempie il suo obbligo, ha Dio che l'assiste con modo speciale; come Dio stesso disse a Giosuè allorché gli affidò il governo del popolo [...].

8. Pertanto il fine principale dei principi nel loro governo non dev'essere la gloria propria, ma la gloria di Dio. I principi che per la gloria propria trascurano quella di Dio vedranno perduta l'una e l'altra. Deve persuadersi ogni regnante, non esser possibile in questo mondo, pieno di uomini malvagi ed ignoranti, meritare coi suoi portamenti (per giusti e santi che siano) le lodi e l'applauso di tutti i suoi vassalli: se egli esercita la liberalità coi buoni e coi poveri lo chiamano prodigo: se poi fa eseguir la giustizia coi malvagi lo chiamano tiranno. Pertanto i re devono principalmente impegnarsi a piacere a Dio più che agli uomini; poiché allora, se non saranno lodati dai cattivi, ben saranno lodati dai buoni, e soprattutto da Dio che saprà rimunerarli in questa e nell'altra vita.
 

martedì 25 settembre 2012

Pellegrinaggio del Coordinamento Toscano al santuario di Montenero


Resoconto del Pellegrina​ggio a Montenero e foto del Pontifical​e

a cura del Coordinamento Toscano Benedetto XVI


Sabato scorso, 22 settembre 2012, si è finalmente svolta la quinta edizione del pellegrinaggio regionale dei gruppi toscani sorti per l’applicazione del motu proprio Summorum Pontificum e dei centri di Messa in rito antico, organizzata dal Coordinamento toscano ‘Benedetto XVI’, quest’anno posticipata rispetto al consueto periodo di fine maggio.

Dalla prima avventurosa edizione, organizzata da tre soli gruppi (l'associazione livornese, il Comitato San Pio V di Pisa e la Militia Templi di Poggibonsi) e che si dovette effettuare presso la Chiesa dell’Apparizione, a Montenero Basso e dunque senza la processione in salita verso il Santuario, sono passati solo cinque anni, ma per quel centinaio scarso di persone che ebbero modo di assistere al pur toccante e intenso evento del 2008 sembrano trascorsi decenni.

 Sabato scorso, alle 9.30, al ritrovo in piazza delle Carrozze, a Montenero basso si radunavano gruppi di pellegrini giunti da tutta la regione, ognuno colle proprie bandiere e i propri stendardi. Non c’erano i soli membri dei gruppi costituiti e in formazione aderenti al Coordinamento toscano, ma anche parroci di diverse diocesi toscane, alcuni dei quali con un nutrito seguito di fedeli, sempre più organizzati per raggiungere il luogo del pellegrinaggio. Erano presenti sacerdoti e seminaristi dell’Istituto Cristo Re di Gricigliano, postulanti e frati francescani dell’Immacolata.

Recitando il Santo Rosario e cantando inni e laudi alla Vergine Maria, più di 150 fedeli hanno salito il colle di Montenero al seguito dei sacerdoti e dei seminaristi e, raggiunta la basilica, hanno avuto il piacere di assistere all’arrivo di Sua Eminenza il Cardinale Raymond Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, giunto da Roma per celebrare il Pontificale e già atteso da un’altra folla di pellegrini arrivati direttamente al Santuario.
 
Tutti si sono dunque accodati alla processione d’ingresso nel Santuario dietro a Sua Eminenza. Il numero dei fedeli era così cospicuo che più di una cinquantina di essi ha dovuto assistere alla celebrazione in piedi per tutta la durata del solenne Pontificale. Nel complesso, si sono contate più di 400 persone. Anche quest’anno alla cerimonia hanno preso parte significative rappresentanze dei maggiori ordini cavallereschi (Ordine di Malta, Ordine del Santo Sepolcro, Ordine Costantiniano).

 La solenne liturgia è stata impreziosita, ad majorem Dei gloriam, dai canti della corale ‘Savio’ di Livorno, che ha eseguito la Missa brevis di Palestrina ed altri mottetti.

L’omelia del Cardinale si è aperta con queste parole: "La Madre di Dio ci ha attirato in questo luogo dedicato al mistero della Sua maternità divina, per la quale Lei è Mediatrice di ogni grazia che viene dal Suo divino Figlio. La Madonna ci ha portati qui per manifestarci il Suo Figlio divino, come ha fatto per tutti i pellegrini sin dal tempo in cui un povero pastore trovò la Sua miracolosa immagine e la portò sul colle di Montenero, trasformandolo da Monte del Diavolo o Monte Nero, in Monte della Madonna, che ci conduce sempre al Suo Figlio, il nostro divino Salvatore. Non più Monte Nero, ma Monte Luminoso". La Madonna, Mediatrice della Grazia di Dio, secondo l'insegnamento del Cardinale, è infatti unita, nel suo Cuore Immacolato, al Cuore Divino di Gesù, che è anche il cuore stesso pulsante della Chiesa. L'amore per la Madonna, dunque, unisce ancor più i fedeli alla Chiesa, di modo che la devozione dei singoli fedeli non può mai chiudersi nell'ambito privato, ma si apre sempre alla preghiera e al culto della Chiesa universale.

Prima della S. Comunione, abbiamo avuto il graditissimo ingresso nel Santuario di S. Ecc. Rev.ma Mons. Simone Giusti, Vescovo di Livorno, che già l’anno scorso aveva assistito in abito corale alla funzione. Mons. Giusti ha anche tenuto a rivolgere un saluto ai fedeli, al termine della S. Messa, esprimendo peraltro l’importanza della liturgia nella fede cattolica e di un culto in cui si rispecchi il Santo Sacrificio di Cristo, che si rinnova in modo incruento in ogni celebrazione eucaristica.

Nell’occasione, i fedeli hanno potuto lucrare l’indulgenza plenaria, che il Santo Padre ha concesso ai partecipanti alle consuete condizioni, e ricevere la benedizione papale, impartita dal Cardinale, dopo la lettura integrale del decreto della Penitenzieria Apostolica. E, come oramai di prassi, la giornata si è conclusa con un pranzo conviviale presso la foresteria del Santuario.

lunedì 24 settembre 2012

Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla Fede non sono solo evidenti per le reazioni che suscitano nei credenti ora ma lo saranno anche per i castighi che attireranno prima o poi su di noi

L'oltraggio di Venezia e il Crocifisso di Vienna


di Roberto De Mattei
 
E’ difficile immaginare un oltraggio contro la fede cristiana più blasfemo e provocatorio di quello che si è avuto al Festival del Cinema di Venezia il 31 agosto con la proiezione del film Paradise Faith, Fede nel Paradiso, di Ulrich Seidl, film che ha il suo punto culminante in una sequenza in cui la protagonista, l’attrice Maria Hoffstatter, si dedica all’autoerotismo utilizzando come strumento un crocifisso. E’ inutile entrare nei particolari, che sono raccapriccianti, ma sarà bene ricordare che per un cristiano non c’è simbolo più sacro del Crocifisso, che rappresenta Gesù Cristo, l’uomo-Dio, morto sulla Croce per redimere i peccati degli uomini. Tutta la fede cristiana si riassume nella predicazione di Cristo crocifisso.
Lo scandalo di Venezia non è un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di cristianofobia dilagante. Lo spettacolo teatrale di Romeo Castellucci Sul concetto di Volto di Dio, messo in scena a Milano a gennaio, ha aperto quest’anno le danze. Il Festival di Venezia però è una ben più ampia cassa di risonanza, una vetrina internazionale, che ha visto accorrere giornalisti di tutto il mondo, per riferire senza alcuna indignazione della proiezione del film blasfemo, che ha avuto il premio speciale dalla Giuria.
La Santa Sede, il 12 settembre è intervenuta con un comunicato dal tono fermo: “Il rispetto profondo per le credenze, i testi, i grandi personaggi e i simboli delle diverse religioni è una premessa essenziale della convivenza pacifica dei popoli.” A dichiararlo è stato padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa Vaticana, che non si è riferito però alla blasfemia di Venezia, ma ad un altro film, Innocence of muslims, prodotto in America e considerato alle origini delle violente manifestazioni in Libia ed in altri paesi arabi.
“Le conseguenze gravissime delle ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani - ha scritto in una nota padre Lombardi – sono ancora una volta evidenti in questi giorni, per le reazioni che suscitano, anche con risultati tragici, che a loro volta approfondiscono tensione ed odio, scatenando una violenza del tutto inaccettabile“. Quanto è accaduto in Libia non sarebbe stato pianificato da mesi da Al Qaida in odio all’Occidente, ma sarebbe stato l’inevitabile conseguenza di “ingiustificate offese e provocazioni alla sensibilità dei credenti musulmani”. Ma perché non vengono definite “ingiustificate” le offese e le provocazioni alla sensibilità dei credenti cattolici come quelle del Festival di Venezia? Solo perché non provocano conseguenze, né gravissime, e neppure modestissime?
Ben pochi hanno ricordato che quanto è accaduto, nella città di Bengasi, è la conseguenza non dell’insulso film anti-Maometto, ma della politica franco-americana di cessione del Medio Oriente all’Islam, che, per nemesi storica, ha avuto il suo momento principale proprio nel sostegno dato dalla Nato ai fondamentalisti di Bengasi contro Gheddafi. E se tutto il mondo ha protestato contro il film anti-islamico, che per ora è semi-clandestino, e presumibilmente non sarà mai proiettato, nessuno ha protestato contro il film anticattolico, che ha avuto tutte le luci della ribalta ed è destinato a larga circolazione, senza alcuna opposizione.
Il vero problema oggi è questo. Non esiste solo la persecuzione dei cristiani nelle terre di Islam, esiste anche la cristianofobia in Occidente. Ma soprattutto esiste l’arrendismo e la complicità dell’Occidente di fronte a questa cristianofobia. L’autolesionismo degli ambienti ecclesiastici fa parte purtroppo di questo sistema di complicità.
Il Beato Marco d’Aviano sulle colline del Kahlenberg, che dominano Vienna, brandiva il Crocifisso come strumento di lotta e di vittoria, per incitare i combattenti cristiani a liberare la città occupata dai musulmani. Oggi il Crocifisso è ridotto a strumento di sordido piacere da una società edonista che si autodistrugge consegnandosi all’Islam.
 
tratto da: http://www.corrispondenzaromana.it/loltraggio-di-venezia-e-il-crocifisso-di-vienna/