mercoledì 8 settembre 2010

pensieri fini

Dal blog sivan2.blogspot.com traiamo questo interessante intervento: Se poi alla parola "democrazia" sostituiamo la parola "chiesa", possiamo vedere quanto è grave l'attuale crisi...

Dittatura dell’opinione

«In una democrazia liberale
non può esserci l'eresia,
perché non c'è l'ortodossia.»
Gianfranco Fini

In questa frase mi pare sia sintetizzata tutta l’essenza del liberalismo e del democratismo silloniano.

L’errore di fondo liberale è appunto questo: nella definizione di libertà c’è spazio solo per l’arbitrio ed il primato della volontà, sganciata dall’intelletto - ripensato peraltro come serbatoio di opinioni private, sottoposte ad un incessante e sterile discussionismo.

Non v’è più un centro di autorità, che garantisca - almeno nelle intenzioni - l’adeguamento di ogni umana riflessione alla verità oggettiva delle cose, alla realtà storica e fattuale.

Contrariamente a quanto affermato da Fini, esiste un’ortodossia oggettiva a fondamento della realtà, come dimostrato dai più grandi autori della filosofia e della teologia classica.

Silvio (e non è uno scherzo n.d.r.)


martedì 7 settembre 2010

Dunque, tu sei immortale...

La dimostrazione dell'immortalità
di Cornelio Fabro


È sintomatico che non solo la narrativa e la poesia, ma anche l'antropologia che sta facendo furori e la filosofia che ha rinunciato ai suoi antichi splendori, ignorino oggi il problema dell'immortalità che domina il pensiero classico a partire da Socrate e sta al centro del Messaggio cristiano di salvezza con la Risurrezione di Cristo che farà il giudizio finale di tutti gli uomini.

La morte è un fatto, un'evidenza quotidiana in cui c'imbattiamo ad ogni passo, in ogni tempo e luogo; perciò la morte non ha bisogno di dimostrazione. Non solo muoiono le piante e gli animali, ma muore e deve morire anche l'uomo. Anche l'uomo infatti è composto di anima e corpo: è vero che l'anima umana è spirituale, ma il corpo è corruttibile cioè soggetto a malattie, ferite, traumi di ogni genere… La Sacra Scrittura insegna che all'uomo era stato conferito il dono dell'incorruttibilità ovvero dell'immortalità naturale se fosse rimasto fedele a Dio, ma il peccato dei progenitori dissipò il mirabile incanto e riportò l'uomo alla sua condizione originaria di essere fragile, debole, mortale. L'uomo quindi è di per sé soggetto alla morte (ch'è ora diventata anche pena per il peccato) la quale è un evento di per sé naturale come separazione dell'anima dal corpo corruttibile; ma se muore l'uomo in quanto composto di corpo e anima cioè di materia e spirito, non muore lo spirito. Per S. Tommaso la prova del fatto dell'immortalità dell'anima è apodittica; è quanto al modo di questa immortalità cioè del vivere dell'anima separata che S. Tommaso avanza la sua ipotesi per continuare e integrare il discorso della filosofia.

La prova filosofica dell'immortalità è infatti, secondo S. Tommaso, di un'evidenza solare ed è accessibile a chiunque. Eccola nei suoi termini essenziali. L'uomo pensa ed ama, afferra cioè i valori universali della verità e della bellezza, desidera la bontà e la felicità senza limiti di spazio e tempo e questo dimostra la spiritualità positiva ch'è incorruttibilità dell'anima ossia che l'anima umana, a differenza degli animali, non segue la sorte del corpo che si corrompe e muore. L'anima umana, perché è spirituale, non muore.

È questo anche il nucleo filosofico della dimostrazione dell'immortalità comune alla filosofia greca (platonismo) ed al pensiero cristiano: il nucleo è la realtà del pensiero e l'evidenza della libertà. Ma S. Tommaso avanza per suo conto una dimostrazione dell'immortalità di rara profondità e bellezza, fondata sulla sua nozione di atto di essere (esse) che appartiene all'anima umana in proprio, a differenza degli animali nei quali l'atto di essere compete al composto di anima e corpo così che, dissolta la composizione, anche l'anima non può più esistere e muore col corpo.

Ed ecco allora l'argomento metafisico: mentre per le altre sostanze materiali l'esse appartiene al composto cioè alla sintesi di anima e corpo e dissolta la sintesi con la morte l'anima «ritorna nella potenza della materia»; per l'uomo che gode di una «forma intellettiva» e perciò sussistente ch'è appunto l'anima spirituale, l'esse compete ‘prima’ all'anima e questa poi lo comunica al corpo. Così alla morte, l'anima separandosi dal corpo, riprende per sé lo esse che aveva comunicato al corpo (cf. p. es. S. Th. I, 76, 1 e ad 4, 5, 6); per S. Tommaso poi l'esse aderisce alla forma spirituale in modo necessario. Infatti se può dirsi «contingente a parte ante» ogni cosa creata fuori di Dio e quindi anche gli Angeli e le anime umane, «a parte post» sono contingenti solo le realtà corporali soggette a generazione e corruzione. Le creature spirituali devono essere riconosciute, secondo S. Tommaso, «necessarie» ch'è equivalente ad «immortali» cioè dotate dell'atto di essere in modo immutabile. S. Tommaso impiega a questo proposito un'analogia assai efficace per evidenza e forza: per lui l'esse aderisce alla forma e sostanza spirituale «come la rotondità aderisce al cerchio» (S. Th. I, 50, 5) ossia come prima proprietà sul piano metafisico e prima rivendicazione sul piano esistenziale.

Infatti – ed è l'argomento introduttivo del precedente, già accennato – l'anima intellettiva si attua nella operazione propria dell'intendere e del volere indipendentemente dal corpo, a differenza del conoscere soltanto sensibile degli animali. Ma operari sequitur esse, quindi deve avere lo esse indipendente dal corpo. Per questo l'anima «…apprehendit esse absolute et secundum omne tempus» – di qui il desiderio dell'immortalità che giace nel fondo di ogni coscienza (cf. S. Th. I, 75, 6 – che va letto per intero e nel contesto). La fiera lotta che S. Tommaso ha condotto per tutta la vita contro l'Averroismo ha qui il suo profondo significato: la sua tesi sull'immortalità è perciò positiva e si salda intimamente con le sue posizioni-chiave della teoria della conoscenza e della metafisica.

Stupendamente Kierkegaard, ricollegandosi al kerigma cristiano dei novissimi, connette in un nesso insolubile il pensiero della morte e dell'immortalità, chiarificando insieme il vincolo fra la purificazione interiore e l'esigenza dell'immortalità.

«Dunque, tu sei immortale; non t'incomodare con dubbi, e neppure a trovare la prova. Tu sei immortale, tu passi all'al di là – e l'eternità non è il paese delle ombre ma della chiarezza, della trasparenza, dove tutto divien trasparente: e così lo è anche la confessione. Pensaci bene: tu stai davanti a Dio, ed Egli è tutto chiarezza, abita in una luce inaccessibile (I Tim. 6, 16), in una luce che tutto penetra. Oh, cogli il momento per manifestarti da te completamente. Dopo sarà troppo tardi, quando nell'eternità tu sarai costretto a essere manifesto completamente» (Diario 1850-51, X3 A 711 = 3299).

Immortale è allora l'anima fin dalla nascita. Ma immortale come aspirante alla felicità eterna l'uomo diventa con la decisione libera ch'egli prende «davanti a Dio» nella vita del tempo di seguire Cristo, Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

(1971)





lunedì 6 settembre 2010

non prevalebunt

ATTACCO A RATZINGER: CUI PRODEST?
di Francesco Colafemmina

Che il Papa sia sotto attacco sin dalla sua elezione al soglio di Pietro nell'aprile del 2005, credo sia ormai evidente a tutti. Nessuno, tuttavia, aveva ancora raccolto in maniera sistematica ed approfondita la lunga serie di agguati, colpi bassi, vere e proprie campagne mediatiche ostili, volti a indebolire il pontificato di Papa Benedetto XVI, succedutisi durante gli ultimi cinque anni. Ci hanno pensato i vaticanisti Paolo Rodari e Andrea Tornielli con il loro nuovo saggio dal titolo "Attacco a Ratzinger".

Il volume racconta da un punto di vista estremamente obiettivo tutti i principali "incidenti" con cui l'attuale pontefice ha dovuto man mano fare i conti. Incidenti il cui riverbero o la cui stessa creazione in ambito mediatico, ne hanno favorito l'impatto piuttosto negativo sulla percezione generale dello stato di salute della Chiesa Cattolica e sul giudizio dei fedeli. I due giornalisti non vogliono però ricorrere alle facili strade del complottismo. Pertanto nessuna illazione o supposizione viene avanzata direttamente sulle cause occulte o palesi di questi attacchi a intervalli costanti. Una ragione in più per sforzarsi di comprendere il senso dei fatti descritti nella loro inchiesta.

1. Il Papa è da sempre sotto attacco? Come ha ricordato recentemente anche lo storico Alberto Melloni, già conferenziere del Grande Oriente d'Italia, nonché dossettiano d'annata, la "compassione" indirizzata verso la figura del Pontefice parrebbe costituire una sorta di archetipo psicologico del fedele cattolico. In fondo, il Papa è o non è il catalizzatore umano di quella "inadeguatezza" della Chiesa che è causa di conflitti ed attacchi?

Purtroppo però la questione non è così semplice. Gli attacchi evidenziati da Tornielli e Rodari costituiscono un oggetto di grande interesse per una duplice ragione: sono singolari per la loro intensità, frequenza e qualità, e sono volti a screditare la figura dell'attuale pontefice prima ancora che l'intera Chiesa Cattolica.

E' per queste due ragioni che gli attacchi a Ratzinger costituiscono un unicum nella storia recente del papato. D'altronde, anche in epoche più remote, ma sempre "moderne", gli attacchi a Papi come Pio VI e Pio IX, erano mossi da specifici ambienti politici e settari. Ma a quell'epoca i Papi potevano ancora contare sul supporto di Nazioni cattoliche, di un clero florido e credibile, di una società non secolarizzata e ancora fortemente ancorata alla fede. Oggi il completo mutamento dei costumi sociali, degli assetti politici ed istituzionali mondiali, nonché della forza umana all'interno della Chiesa (calo di vocazioni e arretramento della fede specie in Occidente), comporta una ancor più palpabile unicità degli attacchi rivolti a Papa Ratzinger.

Converrà perciò capire per quali misteriose ragioni questi attacchi siano rivolti alla Chiesa non direttamente, bensì indirettamente, ossia colpendo la persona stessa di Joseph Ratzinger. Dovremmo quindi domandarci: a. Perché questo Papa è più attaccato dei suoi predecessori? b. Perché si attacca così fortemente proprio questo Papa?

La prima domanda vuole stabilire un confronto col passato. La seconda si concentra sulla specificità dell'insegnamento e dell'azione dell'uomo Joseph Ratzinger. A queste due domande bisognerebbe però aggiungere le seguenti: c. Questi attacchi nascono dall'interno della Chiesa o dall'esterno? d. Chi trae vantaggio da tali attacchi?

Cercherò di trovare una risposta all'ultima domanda, il cui prodest?. Rispondere oggi a questa domanda sarebbe forse un po' da sciocchi. Credo, infatti, che i profittatori dell'indebolimento della personalità mediatica di Papa Ratzinger, preferiscano ancora restare dietro le quinte. Ma intanto cerchiamo di tratteggiarne la fisionomia.

La storia ci insegna che il più delle volte complotti e manomissioni alla corte di un re sono stati operati o da aspiranti al trono frustrati nelle loro aspettative, o dall'aristocrazia di corte vogliosa di innovazioni e di guadagno di potere, o da nemici esterni al regno, capaci di portare tra le loro fila alcuni fedeli cortigiani del re sotto scacco. Chiaramente, rispetto al passato, il vero problema della Chiesa Cattolica e dell'attuale papato riguarda un fattore storicamente nuovo, come la comunicazione. Dunque, aggiungiamo che gli attacchi possono essere - diciamo così - "provocati", ma non finalmente "causati" da una cattiva comunicazione.

Visto però che la comunicazione rientra sempre nell'attività interna alla "corte" pontificia, la "provocazione" dell'attacco può anche coincidere con la sua "causa", nel momento in cui si sappia che talune comunicazioni sono mediamente in grado di produrre effetti dannosi per l'immagine del pontefice. Sicché o gli errori di comunicazione sono dovuti ad imperizia o sono dovuti ad una volontà esplicita di danneggiare il Pontefice.

Per capire come stiano le cose su quest'ultimo punto, è opportuno però dare uno sguardo all'intero sistema comunicativo della Santa Sede. Questo sistema è sempre fallace o lo è solo in casi specifici? In poche parole gli errori li commette solo quando nella comunicazione è coinvolto il Papa o anche in altri casi?

Prima di dare una risposta a quest'ulteriore quesito, domandiamoci chi sia il responsabile finale della comunicazione della Santa Sede. E' o non è il Cardinal Segretario di Stato? Non si tratta dunque di una figura istituzionale di spicco all'interno della "corte" pontificia? Sicché possiamo concludere il ragionamento sulla possibile causa degli attacchi da ascrivere ad una cattiva comunicazione della Santa Sede, affermando che una volta che il re è nudo - ovvero si è ampiamente dimostrato che la comunicazione della Santa Sede fa spesso acqua da tutte le parti ed espone ancor più spesso ad attacchi mediatici il Santo Padre - non ci si può più nascondere dietro un dito. Così l'imperizia non può che trasformarsi in responsabilità (errare humanum est, perseverare diabolicum!).

Ritorniamo perciò alla casistica già espressa: preparazione di un cambio al vertice (giochi preparatori per il prossimo Conclave), rivendicazioni dell'aristocrazia (collegialità richiesta dai Vescovi), complicità con agenti esterni (infiltrazioni lobbistiche in Vaticano). Esaminiamo quindi nel dettaglio questi tre casi, a mio parere interconnessi tra di loro.

2. Sfogliando le pagine di "Attacco a Ratzinger" (titolo che emblematicamente spiega l'indirizzo personale e non istituzionale di tali attacchi) si può agilmente delineare, in via preliminare, il profilo ideologico dell'attaccante. Anzitutto l'attaccante è un tipico conformista: non ambisce a creare "problemi" e "discussioni" sia in ambito politico che religioso. Ama l'irenismo e il dialogo fini a se stessi e vuole che la Chiesa conviva pacificamente con le altre religioni senza proclamare la sua unica verità (esempio Ratisbona). E' totalmente contrario alla cosiddetta "riforma della riforma" e ambisce ad una piena e completa attuazione della riforma liturgica del Concilio Vaticano II (casi Linz, Williamson, Summorum Pontificum). Qua e là fa emergere insoddisfazione e voglia di apertura dinanzi alle ferree norme etiche della Chiesa, in particolare quando si parla di contraccezione e aborto, comunione per separati e divorziati (vedi caso Preservativo africano, ma si potrebbero citare altri casi di contestazione al Papa omessi nel dossier Rodari-Tornielli per la loro minore intensità). Inoltre l'attaccante tipo è interessato ad indebolire l'autorità del Pontefice utilizzando la questione pedofilia: i vescovi sono costretti ad agire in modo omertoso da documenti pontifici (come la Crimen sollicitationis). La questione pedofilia aiuta inoltre l'attaccante a rivendicare l'abolizione del celibato dei sacerdoti (vedi anche le dichiarazioni di Schoenborn in merito). Il profilo è dunque chiarissimo. Manca però una sorta di analisi in positivo degli attacchi. Ossia: quando il Papa non è stato attaccato, ma, al contrario, osannato? Possiamo dire senza tema di smentite che il Papa è stato osannato a livello mondiale quando è stata pubblicata la Caritas in veritate. Ricordate? Dal governatore della banca d'Italia Mario Draghi al premier britannico Gordon Brown, da Giulio Tremonti al presidente Barack Obama, per non parlare del gotha della finanza: tutti si sono sperticati nell'apprezzare ed osannare il rilancio delle energie rinnovabili, l'auspicio di uno sviluppo sostenibile, la critica degli eccessi speculativi, il finale voto perché si dia vita ad un organismo sovranazionale in grado di occuparsi di immigrazione, economia e via dicendo. Questi temi, impossibile negarlo, devono stare molto a cuore all'attaccante di Ratzinger. D'altronde quell'enciclica l'ha prodotta fisicamente il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (come fece allora notare il critico George Weigel) e lo stesso Papa la rimandò indietro insoddisfatto per ben tre volte.

Mettendo quindi insieme i singoli tasselli di questo puzzle non emerge forse prepotentemente una vera e propria agenda per il prossimo papato? Non è chiaro come il sole che attraverso questi attacchi si è intenti a delineare i futuri indirizzi della Chiesa?

L'intreccio fortissimo fra creazione e percezione mediatica degli attacchi ha, d'altronde, un unico obiettivo: indebolire l'autorità personale dell'attuale pontefice e far coincidere l'ostilità nei suoi riguardi con una più diffusa ostilità nei riguardi delle sue scelte e dei suoi orientamenti.

Così si interconnettono interessi molteplici. a. Quello dei Vescovi, interessati a realizzare una piena e completa collegialità col Vescovo di Roma. Un interesse, quest'ultimo, che rimonta a molti anni fa e riverbera nel presente antiche tensioni fra poteri interni alla Chiesa di Roma.

b. L'interesse delle lobbies emanazione della finanza internazionale e di dominanti ambienti politici: come potrebbero, infatti, i Vescovi conservare un potere finanziario e in qualche modo istituzionale senza l'appoggio di tali lobbies? Gli investimenti che costantemente le curie episcopali di mezzo mondo portano avanti (specie nel settore immobiliare) sono forse autofinanziati? Nella maggior parte dei casi no.

Si instaura così nella base istituzionale della Chiesa Cattolica un necessario stato di non belligeranza fra poteri, la cui provvisorietà dipende dalla progressiva omogeneizzazione delle istanze da essi propugnate. In sintesi la Chiesa finisce per venire a patti con la finanza e le istituzioni laiciste, i cui obiettivi coincidono con l'attenuazione dell'esclusivismo religioso cattolico, l'adeguamento etico del cattolicesimo alla nuova moralità contemporanea, la trasformazione del ritualismo romano nel quale il rapporto col divino è relazione oggettiva, in liturgia intellettualistica e sociale, dove il rito e la fede si stemperano in uno spiritualismo vagamente new age infarcito di soggettivismo.

3. Quindi, in ultima analisi, è vero che non si può parlare esclusivamente di complotto o di semplice imperizia curiale, in riferimento ai molteplici attacchi subiti da Papa Ratzinger in questo quinquennio. Tuttavia, è innegabile che le trame di questo più grande fenomeno di trasformazione della Chiesa Cattolica siano estremamente chiare ed evidenti e in parte ovvie, data la parallela trasformazione della società e delle istituzioni politiche e finanziarie. E per comprendere quale tela andranno a tessere nel futuro, basta attenersi al presente disegno dell'ordito. Fuor di metafora: è possibile comprendere sin da ora dove e come culmineranno gli attacchi al Pontefice? Personalmente ho una teoria: credo che per demolire definitivamente l'autorità morale e dottrinale di Joseph Ratzinger basterebbe incrinarne la limpidezza umana. Ci hanno già provato in quest'ultimo anno cercando di coinvolgerlo in responsabilità gravi nel trattamento di casi di pedofilia, ipotizzando un coinvolgimento di suo fratello in casi di abusi nel coro di Ratisbona, rievocando sue presunte omissioni quand'era Arcivescovo di Monaco. Finora non ci sono riusciti. Sarebbe facile dire che non praevalebunt, se non fosse che queste forze negative sono talmente radicate nel seno della Chiesa da essere ormai indistinguibili, da non appartenere a chiare e nette fazioni. E' come se per attuare un cambiamento variamente auspicato da una maggioranza di Vescovi e sacerdoti, ognuno avesse deciso di sacrificare un po' dell'autorità di questo Pontefice, esponendolo alle ire di un mondo che lo giudica inadeguato. Questa divisione, questo stato di conflittualità interecclesiale non si risolverà facilmente perché è annoso e radicato, specie nel clero. Sono forse i fedeli, invece, i veri difensori di Papa Ratzinger? Non è forse a loro che è rimessa la responsabilità di amare questo pontefice e di difenderlo perinde ac cadaver, come un tempo dicevano i gesuiti?

Ritengo proprio di sì. Dunque armiamoci di rosari e cominciamo a pregare e a fare una sana opera di apologetica: il destino della Chiesa è certo nelle mani di Dio, ma è anche nelle nostre e contro questi attacchi la preghiera e la salda fede sono certamente le "armi" più belle che lo stesso Sommo Pontefice Benedetto XVI vorrebbe vederci impugnare!


giovedì 2 settembre 2010

100 anni fa: il motu proprio "Sacrorum Antistitum"

IL GIURAMENTO ANTIMODERNISTA
 HA COMPIUTO 100 ANNI

Io N. fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente.

Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute (cf Rm 1,20), cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti.

Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell'origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo.

Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli.

Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la fantasiosa eresia dell'evoluzione dei dogmi da un significato all'altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito.

Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall'oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell'intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato.

Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell'enciclica Pascendi e del decreto Lamentabili, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi.

Riprovo altresì l'errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.

Disapprovo pure e respingo l'opinione di chi pensa che l'uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati.

Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l'analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema.

Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l'insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull'origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell'aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l'esame di qualsiasi altro documento profano.

Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c'è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l'abilità e l'ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.

Mantengo pertanto e fino all'ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell'episcopato agli apostoli (1), non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa (2).

Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell'insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.



1 IRENEO, Adversus haereses, 4, 26, 2: PG 7, 1053.

2 TERTULLIANO, De praescriptione haereticorum, 28: PL 2, 40.







mercoledì 1 settembre 2010

Newman e il “discorso del biglietto”

Il 4 settembre uscirà nelle librerie l'ultimo libro di Cristina Siccardi intitolato “Nello specchio del Cardinale John Henry Newman", edito da Fede & Cultura (14,50 euro). Newman fu un “prete” anglicano convertitosi al cattolicesimo dopo aver constatato gli errori teologici presenti nella Comunione Anglicana. Verrà beatificato il prossimo 19 settembre dal Romano Pontefice Benedetto XVI. I modernisti hanno tentato di impossessarsi della figura di questo dotto Cardinale facendolo apparire come un anticipatore delle loro idee, in realtà Newman fu un uomo fedele alla Tradizione, e nemico giurato del liberalismo, come viene documentato nel “discorso del biglietto”, pronunciato da Newman in occasione della sua nomina a cardinale il 12 maggio 1879 nel Palazzo della Pigna a Roma. Il testo fu subito trasmesso dal corrispondente romano dell’inglese “The Times” che lo pubblicò integralmente il giorno successivo. “L’Osservatore Romano” del 14 maggio lo pubblicò in una traduzione del gesuita Pietro Armellini e in seguito “La Civiltà Cattolica” commentò il discorso qualificandolo come importantissimo. Eccone il testo:

La ringrazio, Monsignore, per la partecipazione dell’alto onore che il Santo Padre si è degnato di conferire sulla mia umile persona [parole pronunciate da Newman in italiano] e se Le chiedo il permesso di continuare il mio discorso non nella Sua lingua così musicale, ma nella mia cara lingua materna, è perché in questa posso esprimere meglio ciò che sento all’annuncio che Lei mi ha comunicato.

Vorrei anzitutto esprimere lo stupore e la profonda gratitudine che ho provato e che ancora provo per la magnanimità e l’amore del Santo Padre per avermi prescelto ad un onore così immenso. È stata davvero una grande sorpresa. Non mi era mai passato per la mente di esserne degno e mi è sembrato così in contrasto con le vicende della mia vita. Ho dovuto passare attraverso molte prove, ma avvicinandomi ormai alla fine di tutto, mi sentivo in pace. Tuttavia non è forse possibile che io sia vissuto tanti anni proprio per vedere questo giorno?

Difficile anche pensare come avrei potuto affrontare una tale emozione se il Santo Padre non avesse compiuto un ulteriore gesto di magnanimità nei miei confronti, mostrando così un altro aspetto della sua natura piena di finezza e di bontà. Egli intuì il mio turbamento e volle spiegarmi le ragioni per cui mi aveva innalzato a tanto onore. Insieme a parole di incoraggiamento, mi disse che la sua decisione era un riconoscimento del mio zelo e del servizio che avevo reso per tanti anni alla Chiesa Cattolica; inoltre, egli era certo che i cattolici inglesi e perfino l’Inghilterra protestante si sarebbero rallegrati del fatto che io ricevessi un segno del suo favore. Dopo queste benevole parole di Sua Santità, sarei proprio stato insensibile e ingrato se avessi avuto ancora delle esitazioni.

Questo egli ebbe la premura di dirmi, e che cosa potevo desiderare di più? Nella mia lunga vita ho commesso molti sbagli. Non ho nulla di quella sublime perfezione che si trova negli scritti dei santi, cioè l’assoluta mancanza di errori. Ma ciò che credo di poter dire riguardo tutto ciò che ho scritto è questo: la mia retta intenzione, l’assenza di scopi personali, il senso dell’obbedienza, la disponibilità ad essere corretto, il timore di sbagliare, il desiderio di servire la santa Chiesa, e, solo per misericordia divina, un certo successo. E mi compiaccio di poter aggiungere che fin dall’inizio mi sono opposto ad una grande sciagura. Per trenta, quaranta, cinquant’anni ho cercato di contrastare con tutte le mie forze lo spirito del liberalismo nella religione. Mai la santa Chiesa ha avuto maggiore necessità di qualcuno che vi si opponesse più di oggi, quando, ahimé! si tratta ormai di un errore che si estende come trappola mortale su tutta la terra; e nella presente occasione, così grande per me, quando è naturale che io estenda lo sguardo a tutto il mondo, alla santa Chiesa e al suo futuro, non sarà spero ritenuto inopportuno che io rinnovi quella condanna che già così spesso ho pronunciato.

Il liberalismo in campo religioso è la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro, e questa è una convinzione che ogni giorno acquista più credito e forza. È contro qualunque riconoscimento di una religione come vera. Insegna che tutte devono essere tollerate, perché per tutte si tratta di una questione di opinioni. La religione rivelata non è una verità, ma un sentimento e una preferenza personale; non un fatto oggettivo o miracoloso; ed è un diritto di ciascun individuo farle dire tutto ciò che più colpisce la sua fantasia. La devozione non si fonda necessariamente sulla fede. Si possono frequentare le Chiese protestanti e le Chiese cattoliche, sedere alla mensa di entrambe e non appartenere a nessuna. Si può fraternizzare e avere pensieri e sentimenti spirituali in comune, senza nemmeno porsi il problema di una comune dottrina o sentirne l’esigenza. Poiché dunque la religione è una caratteristica così personale e una proprietà così privata, si deve assolutamente ignorarla nei rapporti tra le persone. Se anche uno cambiasse religione ogni mattina, a te che cosa dovrebbe importare? Indagare sulla religione di un altro non è meno indiscreto che indagare sulle sue risorse economiche o sulla sua vita familiare. La religione non è affatto un collante della società.

Finora il potere civile è stato cristiano. Anche in Nazioni separate dalla Chiesa, come nella mia, quand’ero giovane valeva ancora il detto: “Il cristianesimo è la legge del Paese”. Ora questa struttura civile della società, che è stata creazione del cristianesimo, sta rigettando il cristianesimo. Il detto, e tanti altri che ne conseguivano, è scomparso o sta scomparendo, e per la fine del secolo, se Dio non interviene, sarà del tutto dimenticato. Finora si pensava che bastasse la religione con le sue sanzioni soprannaturali ad assicurare alla nostra popolazione la legge e l’ordine; ora filosofi e politici tendono a risolvere questo problema senza l’aiuto del cristianesimo. Al posto dell’autorità e dell’insegnamento della Chiesa, essi sostengono innanzitutto un’educazione totalmente secolarizzata, intesa a far capire ad ogni individuo che essere ordinato, laborioso e sobrio torna a suo personale vantaggio. Poi si forniscono i grandi principi che devono sostituire la religione e che le masse così educate dovrebbero seguire, le verità etiche fondamentali nel loro senso più ampio, la giustizia, la benevolenza, l’onestà, ecc.; l’esperienza acquisita; e quelle leggi naturali che esistono e agiscono spontaneamente nella società e nelle cose sociali, sia fisiche che psicologiche, ad esempio, nel governo, nel commercio, nella finanza, nel campo sanitario e nei rapporti tra le Nazioni. Quanto alla religione, essa è un lusso privato, che uno può permettersi, se vuole, ma che ovviamente deve pagare, e che non può né imporre agli altri né infastidirli praticandola lui stesso.

Le caratteristiche generali di questa grande apostasia sono identiche dovunque; ma nei particolari variano a seconda dei Paesi. Parlerò del mio Paese perché lo conosco meglio. Temo che essa avrà qui un grande seguito, anche se non si può immaginare come finirà. A prima vista si potrebbe pensare che gli Inglesi siano troppo religiosi per un modo di pensare che nel resto del continente europeo appare fondato sull’ateismo; ma la nostra disgrazia è che, nonostante, come altrove, conduca all’ateismo, qui esso non nasce necessariamente dall’ateismo. Occorre ricordare che le sette religiose, comparse in Inghilterra tre secoli fa e oggi così forti, si sono ferocemente opposte all’unione della Chiesa e dello Stato e vorrebbero la scristianizzazione della monarchia e di tutto il suo apparato, sostenendo che tale catastrofe renderebbe il cristianesimo più puro e più forte. Il principio del liberalismo, poi, ci è imposto dalle circostanze stesse. Consideriamo le conseguenze di tutte queste sette. Con tutta probabilità esse rappresentano la religione della metà della popolazione; e non dimentichiamo che il nostro governo è una democrazia. È come se, in una dozzina di persone prese a caso per la strada e che certamente hanno la loro quota di potere, si trovassero fino a sette religioni diverse. Ora come possono trovare unanimità di azione in campo locale o nazionale quando ciascuna si batte per il riconoscimento della propria denominazione religiosa? Ogni decisione sarebbe bloccata, a meno che l’argomento religione non venga del tutto ignorato. Non c’è altro da fare. E in terzo luogo, non dimentichiamo che nel pensiero liberale c’è molto di buono e di vero; basta citare, ad esempio, i principi di giustizia, onestà, sobrietà, autocontrollo, benevolenza che, come ho già notato, sono tra i suoi principi più proclamati e costituiscono leggi naturali della società. È solo quando ci accorgiamo che questo bell’elenco di principi è inteso a mettere da parte e cancellare completamente la religione, che ci troviamo costretti a condannare il liberalismo. Invero, non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti, anziani stimati, dotati di lunga esperienza, e giovani di belle speranze.

Ecco come stanno le cose in Inghilterra, ed è un bene che tutti ce ne rendiamo conto; ma non si pensi assolutamente che io ne sia spaventato. Certo ne sono dispiaciuto, perché penso possa nuocere a molte anime, ma non temo affatto che abbia la capacità di impedire la vittoria della Parola di Dio, della santa Chiesa, del nostro Re Onnipotente, il Leone della tribù di Giuda, il Fedele e il Verace, e del suo Vicario in terra. Troppe volte ormai il cristianesimo si è trovato in quello che sembrava essere un pericolo mortale; perché ora dobbiamo spaventarci di fronte a questa nuova prova. Questo è assolutamente certo; ciò che invece è incerto, e in queste grandi sfide solitamente lo è, e rappresenta solitamente una grande sorpresa per tutti, è il modo in cui di volta in volta la Provvidenza protegge e salva i suoi eletti. A volte il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare. Normalmente la Chiesa non deve far altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza di Dio. “Gli umili erediteranno la terra e godranno di una gran pace” (Ps 37, 11).

tratto da L’Osservatore Romano del 9 aprile 2010

martedì 31 agosto 2010

il beduino ha levato le tende. L'Italia pur umiliata esulta.


Gheddafi se ne va. L'Italia  resta umiliata. Berlusconi era palesemente contrariato. Lo sarà di più quando vedrà il prossimo sondaggio. Adios, Colonnello: la prossima volta insieme ai cavalli si porti via anche il Cavaliere.

lunedì 30 agosto 2010

bevagna-assisi 2010

i leoni di Giuda e le pecore matte

In una nota rilasciata questa mattina il Sig. Giuseppe Piperno Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia  prende coraggiosamente posizione circa l'invito alla conversione all'islam rivolto all'Europa  intera dal leader libico Gheddafi in occasione della sua visita a Roma.
Eccone alcuni stralci: “Invece di invitare l’Europa alla conversione, Gheddafi studi e si renderà conto che i suoi show sono possibili grazie a quella cultura ebraico cristiana che hanno reso oggi l’Europa libera, laica e democratica”... “lo spettacolo offerto ancora una volta da Gheddafi è indecente”... “non vorremmo che il nostro paese divenisse il palcoscenico per le prediche integraliste del dittatore libico”... “Il prossimo incontro lo faccia con noi - afferma Piperno - e ci renda conto delle condizioni disumane degli immigrati in Libia, dei diritti umani non rispettati o degli ebrei cacciati e uccisi dal suo paese nel 1967”...“è giunta l’ora che una volta per tutte vengano definiti gli indennizzi e i risarcimenti degli ebrei dovuti scappare dai pogrom del 1967 e di tutti gli italiani con l’avvento al potere di Gheddafi nel 1970, questione di cui siamo certi il governo Berlusconi se ne farà interprete”.

Alla presa di posizione dei giovani ebrei non corrisponde nulla di simile in ambito cattolico (tacciono Cei e Santa Sede, muti i movimenti, silenti gli organi di stampa).
I nostri politici cianciano di affari e folklore. Davvero "c'e' bisogno di politici cristiani non a parole ma nei fatti", come ha ricordato ieri il card. Bagnasco.

A questo proposito facciamo sommessamente notare come le esternazioni del leader libico in un sistema di "libertà religiosa" non solo devono essere tollerate ma sono pienamente legittime e come  a Roma  fino al 1984 "in considerazione del carattere sacro della Città Eterna", riconosciuto dal Concordato del 1929, certe mattane e profanazioni non sarebbero state possibili senza serie conseguenze diplomatiche e politiche. Ma tant'è abbiamo sacralizzato la libertà religiosa ora godiamocela....

A quando una concreta e fattiva ubbidienza al Santo Padre Benedetto XVI?

i curatori del sito http://www.maranatha.it chiedono contenuti per la tanto esaltata comunicazione digitale

L'ennesimo congresso ... a scuola di comunicazione digitale.

Prendiamo spunto di questo ennesimo congresso promosso dal dicastero "Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali" per alcune riflessioni che ci vengono spontanee, anche in relazione all’esperienza che ci siamo fatti nel gestire il sito web Maranatha.it dal dicembre del 1999.

Di questi tempi è molto comune sentire parlare nella Chiesa Cattolica di comunicazione digitale: in questo prossimo congresso, si evidenzia: … un "mattone in più" per la realizzazione del "cortile dei gentili". Slogan che all’atto pratico non risolve niente di concreto per nostra Chiesa, se non quello di privilegiare alcuni a fare gratuitamente il giro del mondo alle spese delle comunità: si stampa poi un sacco di parole e dopo la festa ”gabbato lo santo”.

Sarebbe ora che i molteplici enti della Santa Sede preposti alla comunicazione digitale si preoccupassero di diffondere con maggior efficienza e in tutte le lingue estere i discorsi, omelie, messaggi, etc. del Santo Padre, il Vicario di Cristo! Tra pochi giorni ci sarà il viaggio apostolico in Inghilterra, speriamo che facciano il loro dovere. A cosa serve pubblicare in Vatican.va le parole del Santo Padre in italiano e dare un sunto di meno di dieci righe nelle lingue estere come sta succedento in questi mesi? Essere cattolico non è sinonimo di universale? E come mai che a tre anni dalla pubblicazione del Motu Prorio Summorum Pontificum, manca la traduzione in italiano, inglese, francese, portoghese, spagnola, tedesco, etc? Si evidenzia una chiara censura di diffondere le parole del Santo Padre. Cosa aspettano questi enti della Santa Sede a diffondere sussidi filmati e cartacei per imparare a celebrare la Santa Messa nella forma straordinaria per seminaristi, sacerdoti e vescovi?

A quando poi una concreta e fattiva ubbidienza al Santo Padre Benedetto XVI ?

domenica 29 agosto 2010

what's a modernist in the church?



Per chi conosce un po' di inglese ecco uno spezzone della fortunata e datata serie "Yes, Minister": il ministro chiede al suo assistente: "chi è un modernista nella Chiesa?" e l'assistente risponde che "modernista è un modo per dire non credente!". A volte la comicità si crea smascherando l'ipocrisia che si nasconde dietro certe parole. Un sketch godibile e da meditare...