mercoledì 22 settembre 2010

meglio il turbante del turco che la berretta del cardinale

S. Em. il Card. Tarcisio Bertone: Roma capitale, verità indiscussa (ma non indiscutibile, diciamolo!)

Il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone ha detto oggi, in occasione della celebrazione del 140esimo anniversario della presa di Roma da parte dello stato italiano, che la Chiesa riconosce “la verità indiscussa” di Roma capitale d’Italia. “Un gesto d’onore e altamente simbolico… per raccogliere il messaggio che viene dalla Breccia di Porta Pia”, ha definito Bertone l’inedita presenza vaticana alla celebrazione, di fatto, della fine del potere temporale della Chiesa, che oggi governa solo su una piccolissima porzione della città. “Da decenni Roma è l’indiscussa capitale dello stato italiano”, ha detto il cardinale davanti al presidente della Repubblica e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Il prelato, sottolineando comunque il ruolo di “centro del cristianesimo” di Roma, ha detto che “la comunità civile e quella ecclesiale desiderano praticare una vasta collaborazione a vantaggio della persona umana.

Breccia di Porta Pia, una guerra sacrilega
e osannata oggi da una gerarchia modernista...

zuavi pontifici

Pio IX: "Signor generale , ora che si va a compiere un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa d'un Re cattolico, senza provocazioni, anzi senza nemmeno l'apparenza di qualunque motivo, cinge d'assedio la capitale dell'Orbe cattolico, sento in primo luogo il bisogno di ringraziare Lei e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell'affezione mostrata alla Santa Sede e della volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servizio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a contrastare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative della resa ai primi colpi di cannone. In un momento in cui l'Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra ...

... due grandi nazioni , non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, qantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La nostra causa è Dio, e noi rimettiamo nelle sue mani la nostra difesa.Benedico di cuore Lei, signor generale, e tutte le nostre truppe" ...

I fatti:

Il giorno 10 settembre 1870, ricevuto l'immotivato ed esilarante ultimatum del Savoia di abbandonare Roma, il Papa Pio IX chiamò a se il Ministro della Guerra, Generale Hermann Kanzler e serenamente gli ordinò: "Ebbene a questo esercito io debbo dare un grande dolore: esso dovrà cedere".

Infatti l'ordine fu che le truppe pontificie si dovevano via via ritirare senza combattere, effettuando una semplice, ma non accanita resistenza e ciò solo ed esclusivamente per non avallare l'illegittimità dell'azione del Savoia e mostrare al mondo quanto la Chiesa di Cristo stava patendo.

Il giorno 19 settembre 1870 il Papa invia al suo generale una nota:"Signor generale, ora che si va a compiere un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la trupa di un Re cattolico, senza provocazioni, anzi senza nemmeno l'apparenza di qualunque motivo, cinge d'assedio la capitale dell'Orbe cattolico, sento in primo luogo il bisogno di ringraziare Lei e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell'affezione mostrata alla Santa Sede e della volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servizio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a contrastare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative della resa ai primi colpi di cannone.In un momento in cui l'Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, qantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La nostra causa è Dio, e noi rimettiamo nelle sue mani la nostra difesa.Benedico di cuore Lei, signor generale, e tutte le nostre truppe".

L'aggressione

Alle 5.10 del 20 settembre 1870, le prime cannonate piemontesi riecheggiano nel cielo di Roma. Vengono colpiti gli archi ed i merli di Porta Pia e Porta Maggiore; le mura ed i contrafforti del colle Vaticano e della cinta leonina.

Alle 6.35 aprono il fuoco le batterie del generale Bixio che dirigono il tiro contro Porta San Pancrazio. I proiettili sfiorano la Cupola di San Pietro e finiscono nel Borgo e nei giardini vaticani. Altri cadono a Trastevere dove scoppia un furioso incendio.

Il Papa convoca il corpo diplomatico. Si presentano i rappresentanti di 17 nazioni ai quali espone la sua viva protesta per quanto stava facendo il Governo Italiano identificando nel verso giusto quell'impresa che aveva un significato più diabolico che politico.

Egli, infatti, tra l'altro affermò: "Bixio, il famoso Bixio, è là coll'esercito italiano. Oggi è generale! Bixio, fin dal tempo nel quale era repubblicano, aveva formato il progetto di annegare nel Tevere il papa e i suoi cardinali quando sarebbe entrato in Roma.

Io l'aspetto il liberatore insieme al sue re, novello Attila (...). Poi, scuro in viso e dopo aver parlamentato con il Colonnello Carpegna dichiara: "Io ho dato in questo istante l'ordine della resa totale.

Non si potrebbe più difendere se non spargendo molto sangue ed io mi rifiuto di ciò. Io non vi parlo di me: non è per me che io piango, ma per quei poveri figli che sono venuti a difendermi come loro Padre.

Voi vi occuperete per quelli dei vostri paesi: ve ne sono di tutte le nazioni; pensate anche, io ve ne prego, agli inglesi, ai canadesi, i quali non hanno qui rappresentanti".Nello stesso tempo veniva issata sulla Cupola di S. Pietro la bandiera bianca.

Nonostante il chiaro segno di resa, i colpi delle cannonate continuavano a solcare rabbiose il cielo di Roma. Il reparto comandato dal Generale Bixio, attestato di fronte a Porta San Pancrazio, continuava un tiro teso ed all'impazzata in direzione di San Pietro.

Alcuni ufficiali sabaudi chiesero conto di un tale comportamento fuori da ogni regola ed in violazione di chiari ordini.

Lo stesso generale Cadorna in seguito dichiarò: " (..) sul compianto generale Bixio diremo bravo, ma impetuoso e teatrale per natura, mal sofferendo di avere per compito una semplice dimostrazione, qui sotto Roma fece tirare all'impazzata (..)".

Avendo le truppe papaline di fatto smesso di difendersi per ordine del Papa, i bersaglieri si accostarono alla cinta muraria più debole, nei pressi di Porta Pia, per sistemare di fianco alcune cariche esplosive ad alto potenziale e ciò nonostante la porta fosse ormai libera da militi e da ostruzioni.

A seguito dell'esplosione si aprì una stretta breccia larga poco più di un paio di metri. Quindi la spaccatura venne enormemente allargata a colpi di cannone e piccone dagli uomini del genio sabaudo.

Nonostante le bandiere bianche di resa, la fanteria sabauda si dispose su tre colonne di attacco. Uno schieramento formidabile per assaltare una porta "spalancata".

Alla vista di quanto si stavano preparando a fare i "valorosi" bersaglieri, il capitano zuavo Berger, avuto anch’egli l'ordine di non combattere, si eresse piangendo sulle rovine delle mura tenendo per la lama la sua spada ed alzando verso il cielo l'elsa intonò l'inno dei crociati zuavi.

Quando fu suonata la carica una calca indescrivibile di soldati italiani formata dalle tre colonne si avventò sulle postazioni papaline che già da molto tempo avevano cessato il fuoco ed avevano issato la bandiera bianca.

Emblematica appare la probabilità in via di verifica che i feriti sabaudi della famosa carica siano solo il frutto del cosiddetto fuoco amico casuale che, oltre ad abbattere i bersaglieri, “(...) li espose al calpestio dei loro compagni intenti a conquistare Roma di corsa”.

Su questo squallido episodio militare, la mitologia risorgimentale si è sbizzarrita ad imbastire incredibili episodi di valore, costruendo eroi e vicende su stampe e foto raffiguranti cariche, scontri e luoghi esistiti solo nell'immaginario di una disonorevole e piratesca conquista.

Una volta dilagate in Roma, le truppe di conquista si preoccuparono di attestarsi nei punti chiave della città e di occupare i ministeri, le caserme ed i tribunali.Puntarono i loro cannoni su S. Pietro dal Gianicolo e da Castel Sant'Angelo e predisposero la cavalleria e la fanteria pronta ad attaccare il Vaticano.

Mancava solo un ordine e la città di Cristo sarebbe stata ridotta a poco più di un colle di rovine.Un ordine che tardò ad arrivare e mai arrivò.

Ancora una volta “Attila” era stato fermato da un Sommo Pontefice.Importante e significativo il resoconto di Ugo Pesci, un giornalista a seguito dei piemontesi: "Noto prima di ogni altra cosa la mancanza assoluta di qualunque entusiasmo (...)

Sette o otto reggimenti di fanteria traversano le strette vie della città colla musica. Nessun saluto, nessun sorriso, pianti si, molti".Ma allora, da dove è stato rilevato l'entusiasmo del popolo romano festoso raccontato dalla storiografia risorgimentale? Altrettanto interessante appare il fatto che l'ambasciata Inglese fu poi realizzata a pochi metri dalla famosa "breccia".

Un caso? Una necessità? Oppure un segnale importante, se non addirittura un monito, trasmesso a tutti coloro che ancora dubitano su chi sono stati i veri artefici di un risorgimento anticattolico e crudele che non fu altro che "una fase importante dell'imperialismo inglese"?

Don Bosco nell’ammonire "Chi ruba alla Chiesa ruba a Dio", coraggiosamente sentenziò a quella "maledetta dinastia" che aveva comandato l’aggressione alla Chiesa, che non avrebbe visto la 3^ generazione da regnanti.

E così fu.

A completamento dell'intera vicenda c'è la curiosa ma significativa decisione del generale Raffele Cadorna quando al decimo anniversario della "storica" breccia di Porta Pia si rifiutò categoricamente di prender parte ai festeggiamenti in ricordo di una "(...) battaglia disonorevole, inutile e sacrilega ".

Una curiosità molto importante.

Per la massoneria le date sono fondamentali, infatti le truppe sabaude, attestate da una settimana alle porte di Roma, attesero il 20 settembre 1870 per scatenare l’aggressione che si sarebbe dovuta concludere il 21, anniversario della fondazione della prima repubblica giacobina.

Con la resa immediata e, quindi, con l’amore verso la sua gente, il Sommo Pontefice ruppe l’incantesimo dei numeri dell’odio di Satana. [Tratto dal web] [Francesca Romano]

Bibliografia e fonti di archivio:De Cesare – Roma e lo Stato del Papa – Dal ritorno di Pio IX al XX settembre 1870 – Forzani – Roma;Hercule De Sauclières - Il Risorgimento contro la Chiesa e il Sud – Controcorrente – Napoli;Cesare Bartoletti – Il Risorgimento visto dall’altra sponda – Arturo Berisio – Napoli;Ivanoe Bonomi – la politica italiana da Porta Pia a Vittorio Veneto – 1870 – 1918 – Einaudi;Gerlandino Lentini – La bugia risorgimentale – Edizioni il Cerchio – Città di Castello – PG;Vincenzo Del Giudice e altri – I patti Lateranensi – Quaderno n. 12 – Ed. Aldo Cricca – Tivoli:Antonmaria Bonetti – La liberazione di Roma del 1870 – Osservazioni critiche – Tip. Arciv. Siena;Massimo Brandani ed altri – L’Esercito Pontificio da Castelfidardo a Porta Pia – Intergest – Milano;Gigi Di fiore – i Vinto del Risorgimento – Utet – Torino;Domenico De Marco – Il Tramonto dello Stato Pontificio – Edizioni Scientifiche Italiane – Napoli.Archivi di Stato di Roma,Archivi di Stato di Napoli;Archivio S.C.V.;Archivio Borbone Roma;Ufficio Storico Esercito Italiano. [Tratto dal web] [Francesca Romano]

Carlo Di Pietro


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Un principe turco crociato di Pio IX



Riproponiamo un articolo diffuso nel settembre 2006 relativo alla straordinaria vicenda di un giovane principe turco che si convertì alla Fede Cattolica e che si arruolò nell’esercito papalino per difendere la Chiesa dall’assalto della Massoneria. Ebbe la grazia di nascere prima dell’ecumenismo filo-islamico promosso dal Concilio Vaticano II...

Il libro da cui è tratto il brano è stato ristampato: Antonmaria Bonetti, Il volontario di Pio IX, Racconto storico di un volontario di Pio IX dal 1867 al 1870, Centro Librario Sodalitium, pagg. 130, euro 10,00:

Due mercenari

… Questa volta fra i convitati vi erano due soldati di linea che non conosceva. Chi erano? “Due mercenari del Papa”, direbbe il “vincitore” di Castelfidardo (il gen. Cialdini, ndr); io invece dico che erano due veri tipi del Crociato moderno.

Il primo di oltre quarant’anni era un nobile gentiluomo dell’Emilia (il conte Sormani Moretti) che, capo di battaglione sotto il Duca di Modena, suo Sovrano, aveva seguito questo Principe nell’impero, dopo che la rivoluzione gli ebbe rovesciato il trono. Dopo qualche anno per l’avvenuto scioglimento della Brigata del Duca, passò col suo grado e il suo servizio nelle file dell’esercito austriaco. Si trovava già presso al giorno che poteva chiedere la giubilazione, e chiudere così in pace l’onorata sua carriera, quando non potendo più resistere alla voce interna del cuore, rinunzia al grado e ad ogni diritto di avanzamento e di pensione, e vola a Roma ad arruolarsi semplice soldato, nonostante gli inviti del Ministro e di Sua Santità di entrare come Maggiore, o almeno come Ufficiale subalterno, nello Stato Maggiore Generale. Quanto diversamente la pensava questo personaggio dai corifei della rivoluzione. In quanta stima aveva la divisa ancora del semplice soldato di Pio IX, sì da anteporla agli spallini di Maggiore Austriaco!


Più lunga e piena di avventure è la storia dell’altro, giovane sui vent’anni, di statura gigantesca e di erculee forme. Egli nacque in Gerusalemme dalla nobilissima famiglia Alamy, una delle primarie dell’Impero Turco, il cui capo occupava una delle più elevate cariche del Governo, a fianco del Sultano.

Il nostro giovane, benché allevato nella religione e nei costumi maomettani, venuto in età di discernimento, col sussidio dei profondi e vasti studi fatti, e di un’acutezza di mente e di un candore di vita non comune, venne ben presto in dubbio sulla verità e sulla santità del culto dei suoi padri, e finì per concludere che era una superstizione.

Ma quale era dunque la vera religione? Aveva letto molte storie di Maometto, e lo aveva trovato un ardito cerretano e un fortunato e feroce avventuriere. Aveva studiato le origini delle molteplici credenze delle varie regioni dell’Asia e dell’Africa e le aveva viste perdersi o nella favola, o nel dubbio, o nell’assurdo.

La genesi pietosa della Fede Cattolica, il meraviglioso crescere e propagarsi di essa con nessun mezzo materiale, osteggiata anzi e combattuta da popoli, da filosofi e da monarchi, l’aveva colpito! Che fare?

Voglio frequentare le prediche cattoliche, esclama, e vedremo di riuscire all’ergo. Vacci una volta, vacci due, vacci tre, il suo criterio, aiutato dalla divina grazia, che lo voleva nel grembo della vera Chiesa, finì per pensare che la cattolica fosse la vera religione.

Poche settimane prima, il giovane Alamy usciva in gran treno, in abito di seta a ricami d’oro e di perle, preceduto e scortato da dodici scudieri a cavallo, come alla dignità del padre e al lustro di sua famiglia si conveniva, ed al suo passaggio si prostravano i cittadini. Ora in abito dimesso, avvolto in ampio e modesto mantello di panno, pedone e soletto usciva dall’avito palazzo e si recava sulle rive del Cedron o del Giordano, o sulle vette del Calvario.

Quivi giunto apriva una Bibbia, procuratasi furtivamente, e meditava sulle riposte ragioni della verità col confronto delle bellezze eloquenti della natura, che accennano a un Ente Creatore, a un Ente superiore a tutti, quindi necessariamente a un Ente o Dio unico e onnipotente, buono, provvidente, misericordioso.

Era già, si può dire, convertito nell’interno, quando gli venne la felice idea (suggeritagli certo dal suo buon angelo) di convitare i primari saggi del Corano, e proporre loro tutte le questioni, i dubbi possibili sulle più celebri religioni del mondo. Le risposte ottenute non lo soddisfecero per nulla, anzi gli crebbero l’opinione favorevole per quella di Cristo, e la disistima, il disprezzo per tutte le altre. Levate le tavole e licenziati gli ospiti, senza dir nulla, esce in stretto incognito e si reca dal Patriarca Cattolico della città. Annunziato per chi era, fu subito introdotto e ricevuto dall’esimio prelato, che si fece un vanto di circondarlo di tutte le distinzioni dovute alla sua posizione sociale, inferiore di poco a quella del sovrano.

Non si conoscono i particolari del colloquio fra il giovane turco e il venerando Pastore, fatto è che dopo alcune altre visite egli fu pienamente cattolico di mente e di cuore, deciso di esserlo quanto prima anche, esteriormente, ben persuaso che sì l’uno e sì l’altro culto è dovuto in omaggio a Colui cui tutto dobbiamo e l’essere e le potenze intellettuali e i sensi del corpo.

La madre, dal fare reciso e dal carattere taciturno e pensieroso, assunto dal figlio dopo la disputa tenutasi in sua presenza, era entrata in sospetto circa i divisamenti che ravvolgeva il giovane in secreto. E siccome era tenacissima nella credenza dei suoi maggiori, dubitando di un’apostasia dell’unico erede della sua casa, e temendo, come conseguenza necessaria, la perdita di tutti i favori, il credito e l’influenza presso la corte, scrisse di tratto al marito, consigliandolo a proporre il figlio al Sultano per suo successore, come il mezzo più potente per fargli dimenticare le sue nuove utopie religiose, come ella le chiamava.

Fu un colpo di fulmine per il vecchio magistrato questa lettera della moglie; però accettando il consiglio di lei, si recò tosto dal Principe per presentargli le sue dimissioni, e per proporgli il figlio. Il Sultano che conosceva i rari pregi del giovine Alamy, accettò subito e fece stendere il decreto di nomina, anche per rendere un meritato omaggio e guiderdone ai molti ed importanti servigi resi dal padre e dagli avi suoi in ogni tempo allo Stato.

Questa novella recata per telegrafo a Gerusalemme innondò il cuore di gioia alla vecchia madre, e (parrà strano il crederlo) al giovane Alamy, perché l’una credeva di stringere in pugno il lauro della sua vittoria, e l’altro vedeva in questa disposizione della Porta (riferimento alla Sublime Porta, termine usato per indicare l’impero ottomano, NdR), il più sicuro mezzo per condurre a termine i suoi progetti. Ricevute con la solennità prescritta le varie autorità e deputazioni cittadine che andarono a congratularsi con lui, e forse anche a mendicare la protezione del novello ministro, venuto il giorno della partenza per la capitale, abbracciò non senza grande commozione la madre che certo più non avrebbe riveduta, e si mise in cammino con grandissimo corteo di servi, di scudieri e di guardie.

Già a Costantinopoli si disponeva per il suo ricevimento, e il canuto genitore gongolava dalla gioia al pensiero che presto avrebbe riabbracciato il diletto figliuolo, e trionfato dei trionfi che certo avrebbe raccolto col suo senno, col suo ingegno, colla sua coltura alla Corte. Si sapeva essere egli a poche leghe dalla città, ma nessuna staffetta, nessun avviso, anzi nessun benché minimo indizio, veniva al governo dell’ora del suo ingresso. Si telegrafò, si spedirono corrieri, si trovarono le persone del seguito, si domandò loro del padrone, ma nessuno ne sapeva nulla. Tutti rispondevano che da circa tre giorni non lo si era più visto, che era scomparso di nottetempo, lasciando ordine preciso che nessuno si movesse e che si attendesse il suo ritorno. Si stette così vario tempo al buio di ogni cosa, finché una lettera datata da Roma spiegò al padre ed al governo l’arcano.

Non è stato possibile l’avere copia di quella lettera, ma se ne conosce il contenuto. Eccone il sunto, imitante il meglio possibile il testo nella sua orientale magnificenza:

“La grazia di Dio aveva squarciato e, tolto dai miei occhi il velo della secolare ignoranza che offusca i popoli dell’Oriente, quando mi giunse la nomina del gran Signore dell’Impero Ottomano a tuo successore, diletto Genitore. Io ti ringrazio, e ti prego ancora di far parte della mia riconoscenza al Principe generoso, cui la Provvidenza affidò il regime delle sorti degli abitanti del Bosforo e del Giordano, perché così ho trovata aperta la via al compimento dei miei desideri.

Io venni incognito a Costantinopoli e in una casa religiosa cattolica ebbi il battesimo della Fede di Cristo, e la Cresima e la Comunione; quindi noleggiato un posto in un legno francese che partiva alla volta d’Italia, venni a Roma, e mi arruolai fra i campioni del Gran Sacerdote della nuova mia Religione. Compito questo voto, l’unico che lui rimane e che depongo quotidianamente ai piedi dell’altare dell’altissimo Iddio, è la conversione tua, amato padre, di mia madre e di tutti i miei amici e infine di tutto codesto vasto e infelice impero, sepolto nel letargo dell’ignoranza e dell’errore. Voglia l’onnipotente e misericordiosissimo Arbitro di tutto il mondo, esaudirmi, a prezzo ancora del mio sangue.”

Seguiva quindi il magnanimo giovane inviando le più cordiali e vive proteste d’amor figliale ai suoi genitori, loro facendo i più caldi auguri di felicità. Aggiungeremo ancora qualche particolare per meglio chiarire per quali vie meravigliose conducesse questo giovane avventurato al porto di salute, la bontà del Signore. Giunto in Roma trovò il Patriarca di Gerusalemme, qua convenuto per l’apertura del Concilio Ecumenico. Fu per venir meno dalla gioia il veglio venerando nel riabbracciare quella cara pecorella dell’ovile di Pietro, e nell’udire la storia della sua rigenerazione.

Lo presentò subito al Santo Padre, il quale esclamò nell’eccesso della consolazione: Non inveni tantam fidem in Israel, e se lo strinse con paterna benevolenza al cuore. Diede subito ordine all’autorità militare perché accogliesse e tenesse il giovane crociato con le più eccezionali distinzioni, e perché gli venisse elargito a suo conto, fino a che avesse potuto meritarsi gli spallini, un soprassoldo di sessanta franchi al mese. Quindi lo licenziò, regalandolo di una magnifica medaglia d’argento, che il giovane Gabriele (tale era il nome impostogli nel battesimo) terrà sempre più cara della vita. Né ciò bastò: l’augusto Gerarca nell’inesausta sua munificenza non cessò mai fino alla data fatale del 20 settembre di accoglierlo spesso nelle sue stanze, e di dargli frequenti attestati della sua paterna tenerezza.

Giornalisti, romanzieri, filosofi, poeti, legislatori del secolo XIX! Che ne dite di questo racconto? È una favola, sento rispondermi; è un parto di un’immaginazione esaltata e nulla più. No, è la verità!


Brano tratto da: Il volontario di Pio IX. Racconto storico dal 1867 al 1870, di Antonmaria Bonetti, Tipografia Arciv. S. Paolino, Lucca 1890, pagg. 93-100.


Bonetti era un universitario bolognese che si arruolò volontario nell’esercito di Pio IX, nel Corpo dei Cacciatori. Il 20 settembre 1870 prese parte alla difesa di Roma, fu fatto prigioniero e subì la deportazione nel campo di Alessandria, dove rifiutò di entrare a far parte dell’esercito italiano, come la maggioranza dei suoi commilitoni. In seguito scrisse numerosi libri per rispondere alle menzogne della propaganda risorgimentale.

martedì 21 settembre 2010

un altro mito modernistico: l'actuosa partecipatio

La partecipazione dei fedeli nella forma straordinaria: i 4 gradi dimenticati.

La "partecipazione attiva" dei fedeli non è certo una scoperta post-conciliare poichè è una premura che appartiene alla natura stessa della liturgia cristiana. Tuttavia c'è ancora chi contesta alla forma straordinaria una scarsità di coinvolgimento dei fedeli nell'azione liturgica. In realtà "'actuosa partecipatio" è un concetto riproposto dal movimento liturgico fin dai tempi di S.Pio X e rimarcato con convinzione anche nella "Mediator Dei" di Pio XII. Un breve documento della S.C.R, datato 3 Settembre 1958, dimostra che nei dettagli della rubrica si possono trovare occasioni inaspettate, ma spesso trascurate, per mettere a frutto la presenza del popolo.


Della partecipazione dei fedeli nelle Messe in canto
[...]

24. La forma più nobile della celebrazione eucaristica la si ha nella Messa solenne, nella quale la congiunta solennità delle cerimonie, dei ministri e della Musica sacra rende manifesta la magnificenza dei divini misteri e conduce la mente dei presenti alla pia contemplazione degli stessi misteri. Ci si dovrà preoccupare perciò che i fedeli abbiano una adeguata stima di questa forma di celebrazione, partecipandovi in modo opportuno, come viene in appresso indicato.

25. Nella Messa solenne dunque, l’attiva partecipazione dei fedeli può essere di tre gradi:

a) Il primo grado si ha, quando tutti i fedeli danno cantando le risposte liturgiche: Amen; Et cum spiritu tuo; Gloria tibi, Domine; Habemus ad Dominum; Dignum et iustum est; Sed libera nos a malo; Deo gratias. Si deve cercare con ogni cura che tutti i fedeli, di ogni parte del mondo, possano dare cantando queste risposte liturgiche.

b) Il secondo grado si ha quando tutti i fedeli cantano anche le parti dell’Ordinario della Messa: Kyrie, eleison; Gloria in excelsis Deo; Credo; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei. Si deve poi cercare di far sì che i fedeli imparino a cantare queste stesse parti dell’Ordinario della Messa, soprattutto con le melodie gregoriane più semplici. Se d’altra parte non sapessero cantare tutte le singole parti, nulla vieta che i fedeli ne cantino alcune delle più facili, come il Kyrie, eleison; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei, riservando il Gloria e il Credo (...) alla «schola cantorum».

c) Il terzo grado finalmente si ha quando tutti i presenti siano talmente preparati nel canto gregoriano da poter cantare anche le parti del Proprio della Messa. Questa piena partecipazione alla Messa in canto si deve sollecitare soprattutto nelle comunità religiose e nei seminari.

26. È da tenersi in gran conto anche la Messa cantata, la quale, sebbene sia priva dei ministri sacri e della piena magnificenza delle cerimonie, è adornata però della bellezza del canto e della Musica sacra. È desiderabile che nelle domeniche e giorni festivi la Messa parrocchiale o quella principale siano in canto. Tutto ciò poi che è stato detto intorno alla partecipazione dei fedeli nella Messa solenne vale anche pienamente per la Messa cantata.

Della partecipazione dei fedeli nelle Messe lette

31 (...)

a) Primo grado, quando i fedeli danno al sacerdote celebrante le risposte liturgiche più facili: Amen; Et cum spiritu tuo; Deo gratias; Gloria tibi, Domine; Laus tibi, Christe; Habemus ad Dominum; Dignum et iustum est; Sed libera nos a malo.

b) Secondo grado, quando i fedeli recitano inoltre quelle parti che secondo le rubriche sono da dirsi dal ministrante; e, se la Comunione è distribuita durante la Messa, recitano anche il Confiteor e il triplice Domine, non sum dignus.

c) Terzo grado, se i fedeli recitano insieme al sacerdote celebrante anche le parti dell’Ordinario della Messa, cioè: Gloria in excelsis Deo; Credo; Sanctus-Benedictus; Agnus Dei.

d) Quarto grado, finalmente, se i fedeli recitano insieme al sacerdote anche le parti appartenenti al Proprio della Messa: Introito; Graduale; Offertorio; Comunione. Questo ultimo grado può essere usato degnamente, come si conviene, solo da scelte collettività più colte e ben preparate.

32. Nelle Messe lette tutto il Pater noster, dato che è una preghiera adatta e usata fin dall’antichità come preparazione alla Comunione, può essere recitato dai fedeli insieme al sacerdote, ma solo in lingua latina, e coll’aggiunta da parte di tutti dell’Amen, esclusa ogni recitazione in lingua volgare.
[...]

Tratto dalla "Instructio de Musica Sacra et de Sacra Liturgia" della Congregazione dei Riti, 3 Settembre 1958. Per il testo integrale vedi http://www.maranatha.it/MissaleRomanum/00bpage.htm

Da un libretto del 1906 che riporta nelle prime pagine la spiegazione di cosa è la Messa si legge:

La struttura della Santa Messa nei suoi elementi es­senziali è così composta ed assemblata magistralmente, una volta per tutte, dal Concilio di Trento e con san Pio V:

1) Il popolo viene convocato: Gesù, sono qui per assistere al Tuo Santo Sacrificio nella Messa, voglio essere devoto e seguirti nei gesti che il Sacerdote compie anche per me. Invoco Maria Santissima e gli Angeli con i Santi a pregare per me, perchè questa Messa mi faccia diventare santo/a.

2) Liturgia della Parola nella quale Dio fa la sua proposta: il popolo accetta. Gesù, sono qui ad ascoltare la Tua parola, rendimi un cuore docile per mettere in pratica i consigli e i suggerimenti che il Sacerdote in tua vece mi darà. Fa che la Tua Parola venga accolta anche da coloro che non credono e che non conoscono la sana dottrina. Gesù, le tre croci che faccio imitando il Sacerdote sulla fronte, sulle labbra e sul cuore, voglio che imprimano in me la Tua Parola nella mia mente, dalle mie labbra, dentro il mio cuore.

3) Liturgia della offerta. Gesù, ciò che sta facendo ora il Sacerdote, voglio anch'io unire la mia povera offerta. Ti offro il mio cuore perchè sia tuo per sempre. Ti offro i miei studi, la mia malattia, la mia salute, i miei divertimenti, le mie gioie così come anche ogni pena che soffrirò per tuo amore. Mi dispongo con Maria ai piedi della Croce per accogliere i tuoi sospiri dalla Croce e con Lei non voglio fuggire dal Calvario, ma attendere il compimento di ogni tua parola. Infine mi dispongo affinchè questa offerta produca frutti di conversione e i peccatori siano salvati dalla tua misericordia.

4) Liturgia del Sacrificio. Gesù è giunto il momento di fare silenzio e di adorarti. Ti adoro nell'Ostia candida, adoro il Tuo Corpo che fu per me crocifisso sul Calvario, abbi pietà di me. Gesù ti adoro nel Mistero di questo Sangue preziosissimo che hai sparso sulla Croce per la mia salvezza, abbi pietà di me e delle anime dei peccatori.

5) Liturgia della Comunione. Gesù è giunto il momento che tanto aspettavo, unirmi a Te nella Santa Eucarestia. Fa che mi tenga sempre in grazia per goderti un giorno per sempre. Non permettere che mi accosti a Te in stato di grave peccato, donami la perfetta contrizione e fa che la Santa Comunione che sto per ricevere, preservi il mio corpo e la mia anima da ogni pericolo di eterna perdizione, perchè questo anelo dalla tua somma bontà.

(postilla: se per qualche motivo non fai la Comunione sacramentale, non distogliere la tua attenzione dal fare la comunione spirituale impegnandoti di confessarti al più presto per poter ricevere degnamente Gesù-Ostia, pronuncia con tutto il tuo cuore queste parole: "Gesù, io ti credo realmente presente sull'altare e desidero ardentemente riceverti, ma come sai in questo momento mi è impossibile riceverti sacramentalmente, vieni in me spiritualmente e trasforma la mia anima come vuoi Tu (si faccia silenzio). Ti adoro e ti amo, liberami o Gesù da ogni peccato, accresci in me la vita della Grazia e rendimi forte nella volontà, puro nei desideri. Amen" )

6) Liturgia di «Missione» con l'ite Missae est. Gesù, la tua benedizione mi accompagni ora nella giornata e mi aiuti a mantenere i propositi che mi hai suggerito in questa Santa Messa. Fammi missionario della Tua Parola, apostolo della Tua dottrina, fedele della Santa Eucarestia. Tornando a casa ti porto dentro di me, fa che diventi testimone della dignità che hai riversato in me. Vergine Santa, mi accompagni la tua benedizione. San Michele Arcangelo mi sostenga la tua spada. San Giuseppe mi protegga la grazia con la quale proteggesti una volta il Bambin Gesù dalle minacce di Erode, fammi custode di questa Santa Messa perchè possa conservarmi come vero amico di Gesù.

leggendo queste due paginette descritte ed insegnate nel 1906 e che racchiudono pertanto L'INSEGNAMENTO DELLA CHIESA DI TUTTI I TEMPI, mi chiedo cosa ci fosse da correggere...e di cosa si insegna oggi della Messa...
 
Ed infine...
 
Uno dei punti di confronto più acceso quando si confrontano le due forme del rito romano è la cosidetta “partecipazione attiva alla Santa Messa da parte dei Fedeli”. I detrattori della forma straordinaria sostengono che nel Novus Ordo, introdotto da Paolo VI, la partecipazione sarebbe nettamente più cospicua e la famosa immagine dell’anziana signora che, mentre il sacerdote celebra, recita il S.Rosario è il costante stereotipo della forma straordinaria.

Andremo, passo passo, a confrontare il numero di risposte dell’una e dell’altra forma per verificare la veridicità di tali affermazioni, fermo restando che, per entrambe le forme del rito romano, la vera partecipazione del fedele non è solo quella vocale ma è anche e soprattutto la partecipazione del cuore, la preghiera unita al sacerdote, la consapevolezza del Santo Sacrificio a cui si assiste.

Si premette che, le risposte di entrambre le forme del rito, non sono state riportate per intero per risparmio di spazio. In internet sono facilmente reperibili i testi per intero dell’Ordinario di entrambe le forme liturgiche.

Esamineremo, per entrambe le forme, una normale celebrazione domenicale senza canti.

Forma Straordinaria

RITO DELL’ASPERSIONE

1. Asperges me, Domine, hyssopo…

2. Sicut erat in princípio…

3. Asperges me, Domine, hyssopo…

4. Et salutare tuum da nobis.

5. Et clamor meus ad te veniat.

6. Et cum spiritu tuo.

7. Amen.

Forma ordinaria

RITO DELL’ASPERSIONE

0. (Rito non previsto)


Forma straordinaria

PREGHIERA AI PIEDI DELL’ALTARE

8. Ad Deum qui laetificat…

Forma ordinaria

RITO D’INTRODUZIONE

1. Amen.

Forma straordinaria

SALMO 42

9. Quia tu est Deus…

10. Et introìbo ad altare Dei…

11. Spera in Deo, quoniam…

12. Sicut erat in princípio…

13. Ad Deum qui laetificat…

14. Qui fecit coelum et terram.

Forma ordinaria

SALUTO

2. E con il tuo spirito.

Forma straordinaria

ATTO DI CONFESSIONE

15. Misereatur tui omnipotens…

16. Confiteor Deo omnipotenti…

17. Amen.

18. Amen.

19. Et plebs tua laetabitur in te.

20. Et salutare tuum da nobis.

21. Et clamor meus ad te veniat.

22. Et cum spiritu tuo.

Forma ordinaria

ATTO DI CONFESSIONE

3. Confesso a Dio onnipotente…

4. Amen.

Forma straordinaria

KYRIE

23. Kyrie, eleison.

24. Christe, eleison.

25. Christe, eleison.

26. Kyrie, eleison.

Forma ordinaria

KYRIE

5. Signore, pietà.

6. Cristo, pietà.

7. Signore, pietà.

Forma straordinaria.

GLORIA

27. Et in terra pax hominibus…

Forma ordinaria

GLORIA

8. E pace in terra agli uomini di buona volontà…

Forma straordinaria

COLLETTA

28. Amen.

Forma ordinaria

COLLETTA

9. Amen.

Forma straordinaria

EPISTOLA

29. Deo Gratias.

GRADUALE, TRATTO, SEQUENZA E/O ALLELUIA

29. (Nessuna risposta)

Forma ordinaria

PRIMA LETTURA

10. Rendiamo grazie a Dio.

SALMO RESPONSORIALE

11-15 (Generalmente 5 risposte)

SECONDA LETTURA

16. Rendiamo grazie a Dio.

Forma straordinaria

VANGELO

30. Et cum spiritu tuo.

31. Gloria tibi Domine.

32. Laus tibi Christe.

Forma ordinaria

VANGELO

17. E con il tuo spirito.

18. Gloria a te, o Signore.

19. Lode a te, o Cristo.

Forma straordinaria

CREDO

33. Credo, in unum Deum…

Forma ordinaria

CREDO

20. Credo in un solo Dio…

Forma straordinaria

ANTIFONA ALL’OFFERTORIO

34. Et cum spiritu tuo.

Forma ordinaria

PREGHIERA DEI FEDELI
21-27 (Contando 7 risposte)

28. Amen.

Forma straordinaria

OFFERTORIO

34. (Nessuna risposta)

Forma ordinaria

OFFERTORIO

29. Benedetto nei secoli il Signore

30. Benedetto nei secoli il Signore

Forma straordinaria

ORATE FRATRES

35. Suscipiat Dominum Sacrificium…

Forma ordinaria

PREGATE FRATELLI

31. Il Signore riceva dalle tue mani…

Forma straordinaria

SEGRETA

36. Amen.

Forma ordinaria

PREGHIERA SULLE OFFERTE

32. Amen.

Forma straordinaria

PREFAZIO

37. Et cum spiritu tuo.

38. Habemus ad Dominum.

39. Dignum et iustum est.

Forma ordinaria

PREFAZIO

33. E con il tuo spirito.

34. Sono rivolti al Signore.

35. E’ cosa buona e giusta.

Forma straordinaria

SANTO

40. Sanctus, Sanctus, Sanctus…

Forma ordinaria

36. Santo, Santo, Santo…

Forma straordinaria

CANONE DELLA MESSA

40. (Nessuna risposta)

Forma ordinaria

PREGHIERA EUCARISTICA

37. Annunciamo la tua morte o Signore…(o altre consentite)

Forma straordinaria

PATER NOSTER

41. Sed libera nos a malo.

42. Amen.

43. Et cum spiritu tuo.

Forma ordinaria

PADRE NOSTRO

38. Padre Nostro che sei…

39. Tuo è il regno…

40. Amen.

41. E con il tuo spirito.

Forma straordinaria

AGNUS DEI

44. Agnus Dei…

Forma ordinaria

AGNELLO DI DIO

42. Agnello di Dio…

Forma straordinaria

PREGHIERA PRIMA DELLA SANTA COMUNIONE

45. Domine, non sum dignus…(3 volte)

Forma ordinaria

PREGHIERA PRIMA DELLA SANTA COMUNIONE

43. O Signore non son degno…(1 volta)

Forma straordinaria

DURANTE LA COMUNIONE

45. (Nessuna risposta)

Forma ordinaria

DURANTE LA COMUNIONE

44. Amen.

Forma straordinaria

PREGHIERA DOPO LA COMUNIONE

46. Et cum spiritu tuo.

47. Amen.

Forma ordinaria

PREGHIERA DOPO LA COMUNIONE

45. Amen.

Forma straordinaria

BENEDIZIONE E SALUTO

48. Et cum spiritu tuo.

49. Deo gratias.

50. Amen.

Forma ordinaria

BENEDIZIONE E SALUTO

46. E con il tuo spirito.

47. Amen.

48. Rendiamo grazie a Dio.

Forma straordinaria

VANGELO FINALE

51. Et cum spiritu tuo.

52. Gloria tibi, Domine.

53. Deo Gratias.

Forma ordinaria

VANGELO FINALE

48. (non presente)

Conclusione

Il numero di risposte nella forma straordinaria, essendo anche stati indulgenti nella valutazione delle risposte al Salmo Responsoriale (5 risposte) e alla Preghiera dei fedeli (7 risposte), sono sostanzialmente identiche (per non dire superiori) alle risposte nella forma ordinaria.

Coloro che la pensano diversamente, o non hanno mai tentato un esercizio simile o hanno una diversa percezione di ciò che debba essere la partecipazione dell’Assemblea durante la Santa Messa.

Si dice: “Chi canta prega due volte”. Bene, durante le messe domenicali, nella forma straordinaria, vengono cantate l’Aspersione, il Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e l’Agnus Dei mentre, nella forma ordinaria, vengono cantati (visto che l’Aspersione viene raramente effettuata e il Credo cantato molto raramente) il Gloria, il Santo e l’Agnello di Dio. A questi si aggiunge, nella forma ordinaria, il canto alla Comunione a cui l’assemblea riesce a partecipare solo in parte. Entrambe le forme hanno canti all’inizio della celebrazione, durante l’offertorio e alla termine della Messa. Insomma, anche sul canto, la forma straordinaria fornisce una uguale, se non maggiore, partecipazione da parte dei fedeli.

In sintesi, se credi che la “partecipazione attiva” sia importante per una Messa, e lo sia soprattutto la partecipazione vocale, e se desideri che questo sia accompagnato da una migliore forma liturgica, allora è arrivato il momento di partecipare ad una Santa Messa nella forma straordinaria.

domenica 19 settembre 2010

ruled britannia!

La Visita di Papa Benedetto XVI in Gran Bretagna è stato un successo. "Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare" del Papato "non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo" (Omelia per la Santa Messa di Conclusione dell'Anno Sacerdotale, Roma - 11 giugno 2010): di qui un fuoco di sbarramento mai visto, ma il Santo Padre non si è lasciato intimorire e con la forza dei miti ha conquistato il cuore di quella terra. Lo ringraziamo per le sue parole che ci hanno toccato profondamnte: forse non se ne è ancora compreso fino in fondo la forza dirompente, ma il Papa ha parlato chiaro sta a noi fare tesoro delle sue parole come quelle qui sotto pubblicate che contengono un commovente omaggio al loro sacrificio dei martiri inglesi che per la Santa Messa, la tanto vituperata Messa "papista" hanno dato la vita.  



Omelia di Sua Santità il Papa Benedetto XVI
Cattedrale del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo - City of Westminster
Sabato, 18 settembre 2010

Cari amici in Cristo,

vi saluto tutti con gioia nel Signore e vi ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Ringrazio l’Arcivescovo Nichols per le parole di benvenuto che mi ha rivolto in nome vostro. Davvero in questo incontro del successore di Pietro con i fedeli della Gran Bretagna, “il cuore parla al cuore” e ci fa gioire nell’amore di Cristo e nella nostra comune professione della fede cattolica che ci è stata trasmessa dagli Apostoli.

Sono particolarmente lieto che il nostro incontro abbia luogo in questa Cattedrale dedicata al Preziosissimo Sangue, che è il segno della misericordia redentrice di Dio riversatasi sul mondo mediante la passione, morte e resurrezione del suo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. Un particolare saluto rivolgo all’Arcivescovo di Canterbury che ci onora della sua presenza.

Il visitatore di questa cattedrale non può non rimanere colpito dal grande crocifisso che domina la navata, che ritrae il corpo di Cristo schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente la cui morte ci ha riconciliati con il Padre e ci ha donato di partecipare alla vita stessa di Dio. Le braccia spalancate del Signore sembrano abbracciare questa chiesa intera, innalzando verso il Padre le schiere di fedeli che si raccolgono attorno all’altare del sacrificio Eucaristico e partecipano dei suoi frutti. Il Signore crocifisso sta sopra di noi e davanti a noi, come la sorgente della nostra vita e salvezza, “il sommo sacerdote dei beni futuri”, come lo definisce l’autore della Lettera agli Ebrei nella prima lettura odierna (9,11).

E’, per così dire, all’ombra di questa impressionante immagine, che vorrei riferirmi alla parola di Dio che è stata proclamata in mezzo a noi e riflettere sul mistero del Sangue Prezioso, poiché è questo mistero che ci conduce a riconoscere l’unità fra il sacrificio di Cristo sulla Croce, il sacrificio Eucaristico che egli ha donato alla sua Chiesa, e il suo eterno sacerdozio, per mezzo del quale, assiso alla destra del Padre, egli non cessa di intercedere per noi, le membra del suo mistico corpo.

Incominciamo dal sacrificio della Croce. Lo scaturire del sangue di Cristo è la sorgente della vita della Chiesa. San Giovanni, come sappiamo, vede nell’acqua e nel sangue che sgorgano dal corpo di nostro Signore la sorgente di quella vita divina che è donata dallo Spirito Santo e ci viene comunicata nei sacramenti (Gv 19,34; cfr 1 Gv 1,7;5,6-7). La Lettera agli Ebrei ricava, potremmo dire, le implicazioni liturgiche di questo mistero. Gesù, attraverso la sua sofferenza e morte, la sua auto-donazione nello Spirito eterno, è divenuto il nostro sommo sacerdote e “il mediatore di un’alleanza nuova” (9,15). Queste parole richiamano le stesse parole di nostro Signore nell’Ultima Cena, quando egli istituì l’Eucarestia come sacramento del suo corpo, donato per noi, e del suo sangue, il sangue della nuova ed eterna alleanza sparso per la remissione dei peccati (cfr Mc 14,24; Mt 26,28; Lc 22,20).

Fedele al comando di Cristo “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), la Chiesa in ogni tempo e luogo celebra l’Eucarestia, fino a che il Signore ritorni nella gloria, rallegrandosi nella sua presenza sacramentale e attingendo alla forza del suo sacrificio di salvezza per la redenzione del mondo. La realtà del sacrificio Eucaristico è sempre stata al cuore della fede cattolica; messa in discussione nel sedicesimo secolo, essa venne solennemente riaffermata al Concilio di Trento, nel contesto della nostra giustificazione in Cristo. Qui in Inghilterra, come sappiamo, molti difesero strenuamente la Messa, sovente a caro prezzo, dando vita a quella devozione alla Santissima Eucaristia che è stata una caratteristica del cattolicesimo in queste terre.

Il sacrificio Eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo comprende a sua volta il mistero della passione di nostro Signore che continua nei membri del suo Corpo mistico, la Chiesa in ogni epoca. Il grande crocifisso che qui ci sovrasta, ci ricorda che Cristo, nostro eterno sommo sacerdote, unisce quotidianamente i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, i nostri bisogni, speranze e aspirazioni agli infiniti meriti del suo sacrificio.

Per lui, con lui ed in lui noi eleviamo i nostri corpi come un sacrificio santo e gradito a Dio (cfr Rm 12,1). In questo senso siamo presi nella sua eterna oblazione, completando, come afferma san Paolo, nella nostra carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa (cfr Col 1,24). Nella vita della Chiesa, nelle sue prove e tribolazioni, Cristo continua, secondo l’incisiva espressione di Pascal, ad essere in agonia fino alla fine del mondo (Pensées, 553, éd. Brunschvicg).

Vediamo rappresentato nella forma più eloquente questo aspetto del mistero del prezioso sangue di Cristo dai martiri di ogni tempo, che hanno bevuto al calice da cui Cristo stesso ha bevuto, ed il cui sangue, sparso in unione al suo sacrificio, dà nuova vita alla Chiesa. Ciò è anche riflesso nei nostri fratelli e sorelle nel mondo, che ancora oggi soffrono discriminazioni e persecuzioni per la loro fede cristiana. Ma è anche presente, spesso nascosto nelle sofferenze di tutti quei singoli cristiani che quotidianamente uniscono i loro sacrifici a quelli del Signore per la santificazione della Chiesa e la redenzione del mondo. Il mio pensiero va in modo particolare a tutti quelli che sono spiritualmente uniti a questa celebrazione Eucaristica, in particolare i malati, gli anziani, gli handicappati e coloro che soffrono nella mente e nello spirito.

Qui penso anche alle immense sofferenze causate dall’abuso dei bambini, specialmente nella Chiesa e da parte dei suoi ministri. Esprimo soprattutto il mio profondo dolore alle vittime innocenti di questi inqualificabili crimini, insieme con la speranza che il potere della grazia di Cristo, il suo sacrificio di riconciliazione, porterà profonda guarigione e pace alle loro vite. Riconosco anche, con voi, la vergogna e l’umiliazione che tutti abbiamo sofferto a causa di questi peccati; vi invito a offrirle al Signore con la fiducia che questo castigo contribuirà alla guarigione delle vittime, alla purificazione della Chiesa ed al rinnovamento del suo secolare compito di formazione e cura dei giovani. Esprimo la mia gratitudine per gli sforzi fatti per affrontare questo problema responsabilmente, e chiedo a tutti voi di mostrare la vostra sollecitudine per le vittime e la solidarietà verso i vostri sacerdoti.

Cari amici, ritorniamo alla contemplazione del grande crocifisso che troneggia sopra noi. Le mani di nostro Signore, stese sulla Croce, ci invitano a contemplare anche la nostra partecipazione al suo eterno sacerdozio e la responsabilità che abbiamo, in quanto membra del suo corpo, di portare al mondo in cui viviamo il potere riconciliante del suo sacrificio. Il Concilio Vaticano II parlò in maniera eloquente dell’indispensabile ruolo del laicato di portare avanti la missione della Chiesa, attraverso lo sforzo di servire da fermento del Vangelo nella società, lavorando per l’avanzamento del Regno di Dio nel mondo (cfr Lumen gentium, 31; Apostolicam actuositatem, 7).

Il richiamo del Concilio ai fedeli laici ad assumere il loro impegno battesimale partecipando alla missione di Cristo richiama le intuizioni e gli insegnamenti di John Henry Newman. Possano le profonde idee di questo grande Inglese continuare ad ispirare tutti i seguaci di Cristo in questa terra a conformare a lui ogni loro pensiero, parola ed azione e a lavorare strenuamente per difendere quelle immutabili verità morali che, riprese, illuminate e confermate dal Vangelo, stanno alla base di una società veramente umana, giusta e libera.

Quanto ha bisogno la società contemporanea di questa testimonianza! Quanto abbiamo bisogno, nella Chiesa e nella società, di testimoni della bellezza della santità, testimoni dello splendore della verità, testimoni della gioia e libertà che nascono da una relazione viva con Cristo! Una delle più grandi sfide che oggi dobbiamo affrontare è come parlare in maniera convincente della sapienza e del potere liberante della parola di Dio ad un mondo che troppo spesso vede il Vangelo come un limite alla libertà umana, invece che come verità che libera le nostre menti e illumina i nostri sforzi per vivere in modo saggio e buono, sia come individui che come membri della società.

Preghiamo quindi affinché i cattolici di questa terra diventino sempre più consapevoli della loro dignità di popolo sacerdotale, chiamato a consacrare il mondo a Dio mediante una vita di fede e di santità. E possa questa crescita di zelo apostolico essere accompagnata da un aumento di preghiera per le vocazioni al sacerdozio ministeriale. Più si sviluppa l’apostolato dei laici, più urgente viene sentito il bisogno di sacerdoti, e più il laicato approfondisce la consapevolezza della propria specifica vocazione, più si rende evidente ciò che è proprio del sacerdote. Possano molti giovani di questa terra trovare la forza di rispondere alla chiamata del Maestro al sacerdozio ministeriale, offrendo le loro vite, le loro energie e i loro talenti a Dio, edificando così il suo popolo nell’unità e nella fedeltà al Vangelo, specialmente attraverso la celebrazione del sacrificio Eucaristico.

Cari amici, in questa Cattedrale del Preziosissimo Sangue vi invito ancora una volta a guardare a Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede (cfr Eb 12,2). Vi chiedo di unirvi ancor più pienamente al Signore, partecipando al suo sacrificio sulla Croce ed offrendogli questo “culto spirituale” (cfr Rm 12,1) che abbraccia ogni aspetto della nostra vita e si esprime nell’impegno di contribuire all’avvento del suo Regno. Prego affinché, così facendo, possiate unirvi alle schiere di credenti della lunga storia cristiana di questa terra nel costruire una società veramente degna dell’uomo, degna delle più nobili tradizioni della vostra nazione.

sabato 18 settembre 2010

Nello specchio del Cardinale

Intervista sul Beato Newman.
Parla la scrittrice Cristina Siccardi
di Giuliano Guzzo

Far rivivere sulle pagine di un libro personaggi del passato richiede pazienti lavori d’archivio, ricerche e talento. Tutte qualità che alla torinese Cristina Siccardi, classe 1966, non mancano affatto; così, dopo essersi occupata delle donne di casa Savoia e di Paolo VI, si è imbattuta, attratta dal campo religioso, nel ritratto del Cardinale John Henry Newman (“Nello specchio del Cardinale John Henry Newman”, Fede & Cultura, pp. 205) , indubbiamente una delle figure più affascinanti della storia della Chiesa. Basti dire che, nel corso della sua vita, da posizioni anglicane, che lo convinsero che il Papa fosse nientemeno che l'Anticristo – tesi che ribadì pure in pubblico - non solo si convertì al cattolicesimo, ma fondò il primo Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra, fu per quattro anni Rettore dell'Università Cattolica di Dublino per poi, dulcis in fundo, esser fatto Cardinale da Papa Leone XIII, che gli riconobbe "genio e dottrina". Una vita straordinaria, insomma. Che si interruppe serenamente l’11 Agosto 1890, quando il Cardinale, ormai ottantanovenne e consapevole, condotta la buona battaglia, di esser giunto alla fine della sua corsa, si spense. Sulla sua tomba, a memoria della sua incredibile avventura spirituale, è scolpito un epitaffio da lui stesso voluto: « Ex umbris et imaginibus in veritatem » ,«Dall'ombra e dai simboli alla verità». Il giorno successivo alla sua morte, il londinese Times pubblicò un elogio funebre che si concludeva con una piccola profezia:”il santo che è in sui sopravvivrà”.Ci ha lasciato un’Opera omnia imponente, un epistolario di oltre diecimila lettere e, soprattutto, la testimonianza di chi ha vissuto nella convinzione che sia la santità «il grande fine». Così, dopo averlo reso venerabile nel gennaio del ’91, la Chiesa si prepara, il prossimo 19 settembre, a beatificarlo. Non c’era davvero momento migliore, dunque, per incontrare l’autrice di una biografia, peraltro fresca di stampa e redatta sulla base di una robusta bibliografia, del celebre Cardinale.

Dottoressa Siccardi, che cosa l’ha spinta ad accostarsi alla figura del convertito e “dottore” della Chiesa, il Cardinale John Henry Newman? Com’è nata la sua curiosità verso questo straordinario cristiano?

Da sempre ho visto nel grande convertito inglese una delle immagini più plastiche della irrinunciabilità della Fede e dei dogmi cattolici. Quando ho notato che, in prossimità della beatificazione, stava uscendo un florilegio di biografie che, invece, avevano il preciso scopo di descriverlo, nella linea Tyrrell-Buonaiuti, come un antesignano del modernismo e del relativismo, ho sentito il dovere etico di cercare di ribadire la verità storica, poiché questa stessa beatificazione è un segnale forte di riaffermazione, da parte della Chiesa, del suo monopolio della Verità.

Newman, a ben vedere, fu un caso di “pluri-convertito”: da piccolo era, come lui stesso ebbe a definirsi, “molto superstizioso”, poi divenne calvinista, anglicano e infine cattolico. Come si spiega questa continua metamorfosi?

Questo cammino spirituale è, potremmo dire, la logica conseguenza della ricerca di Dio e della Verità, ricerca che fu, per tutta la sua vita, l’essenza della sua spiritualità. Newman ebbe sempre chiarissimo il principio cattolico che la Verità non può contraddire la ragione e che, quindi, la vera Fede può essere spiegata e, soprattutto, capita. Si pensi, a questo riguardo alla splendida lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona. Newman fu educato dalla madre nel credo calvinista e la superstizione lo accompagnò in questa Fede, almeno fino a quando, soprattutto per merito dell’incontro con il pastore Walter Mayers, purificò l’etica evangelica, in quanto ad essa non contraria: il Calvinismo elimina dalla religione l’aspetto razionale a favore di un’eticizzazione neofarisaica del Credo: il ripetere delle azioni per il fatto che sono comandate, indipendentemente dalla loro razionalità aiuta ad essere schiavi della superstizione. Non appena il futuro Cardinale iniziò a sottoporre a critica razionale la sua Fede, critica razionale cui sottoporrà tutta la vita ogni suo credo, si rese pressoché immediatamente conto della insostenibilità della dottrina del riformatore ginevrino. Ecco che la sua sete di razionalità lo portò alla Chiesa alta d’Inghilterra, vale a dire all’adesione a tutti i dogmi cattolici, sia pure in un contesto scismatico ed in una cornice di sentimenti ostili a Roma ed al Papa. Ancora una volta, però, è la sottoposizione ad analisi razionale dell’Anglicanesimo che lo conduce alla pienezza della verità cattolica. La razionalità gli impone il principio dell’immutabilità della Fede: se Dio ha rivelato la religione, essa è eternamente vera, come eternamente vero è Dio. Ogni evoluzione, mutamento o nuova interpretazione della dottrina è, dunque, dimostrazione di falsità della medesima. In base a questo principio Newman inizia a studiare i Padri della Chiesa, sicuro di ritrovare in loro la stessa Fede e validi motivi per permanere nella sua ostilità antiromana. Ma i Padri della Chiesa, come tutta la storia della Chiesa, testimoniano che solo la cattolicità romana, con tutte le sue pretese, primato petrino incluso, è rimasta immutata dalle origini ad oggi. Diviene, pertanto, esigenza etica imprescindibile l’adesione alla Sposa di Cristo. Quando Newman afferma che la sua spiritualità non è mai mutata, nonostante le conversioni, intende dire che da sempre lo guidò unicamente la sete di Verità e che tale sete si è placata solo con l’adesione alla vera Fede.

Di tutti i numerosi personaggi incontrati nella vita e negli studi, quale fu, secondo lei, la figura che esercitò maggior influenza su Newman? il compagno di studi John William Bowden? Il confidente Ambrose St. John, il grande amico Hurrell Froude oppure Papa Gregorio XVI?

Newman fu sempre profondamente grato alle persone e ai tanti amici che conobbe e frequentò, perché da ciascuno di loro seppe trarre insegnamenti ed ammaestramenti. Tuttavia nessuno ebbe su di lui un’influenza totalizzante: rifuggì sempre l’eccessiva adesione all’altrui pensiero, come una vera e propria idolatria. Ecco che anche gli influssi che altri esercitarono su di lui divennero, nella sua mente e nella sua anima, pensieri e sentimenti assolutamente suoi, di cui è riconoscibile l’origine, ma è ancor più evidente la trasformazione e l’inserimento in un sistema di pensiero ed in una spiritualità armonici. Tutto ciò premesso possiamo ritenere che ci siano state delle persone da cui Newman trasse di più, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Il pastore evangelico della Chiesa d’Inghilterra Walter Mayers, ad esempio, insegnò al giovane Newman a coltivare la serietà religiosa, senza indulgere a facili concessioni al mondo: fu il passaggio da un Calvinismo superstizioso ad una interiorizzazione, sia pur non ancora razionale, dell’etica evangelica. Inoltre il ventunenne Newman imparò dal professor Richard Whately di Oxford ad utilizzare l’autonomia di pensiero. Confesserà nell’ Apologia pro vita sua: «Nel 1822, quando ero ancora timido e impacciato, egli mi prese per mano e si assunse nei miei riguardi la parte del maestro gentile e incoraggiante. Mi aprì, per così dire, la mente, mi insegnò a pensare, ad usare la ragione […] mi aveva insegnato a vedere con i miei occhi e a camminare con le mie gambe. Non che non avessi ancora da imparare molte cose da altre persone, ma queste le influenzai anch’io quanto loro influenzarono me, e fu una cooperazione piuttosto che un semplice incontro». Stima e profonda amicizia stabilì con Hurrell Froude, il quale gli diede la spinta decisiva ad innescare quel processo razionale che lo condurrà ad abbracciare il Cattolicesimo. Fu il tirare le estreme conseguenze dall’Anglicanesimo rigido del Tract 90: dalla liberazione dalle scorie evangeliche della Chiesa alta d’Inghilterra non poteva che conseguire la sua confluenza nel Cattolicesimo, alveo naturale per tutti coloro che hanno un Cristianesimo razionale. Delle altre persone citate nella sua cortese domanda nessuna ebbe particolare influenza sul pensiero e la spiritualità di Newman. Un cenno merita la concordanza antiliberale e antimodernista di Newman con Gregorio XVI (si pensi all’enciclica Mirari vos ed al Biglietto Speech del Cardinale inglese); ma fu una concordanza cui l’oratoriano giunse autonomamente.

In una lettera del 1830 il futuro Cardinale confessò il suo desiderio “di non fare mai carriera nella Chiesa”, ma l’Onnipotente, almeno su questo, non lo accontentò. Ed oggi è pure Beato. Ma come seppe fronteggiare, lui che sin da ragazzo era estremamente riservato e talora pure irriso per questo, l’impegno della carriera ecclesiastica?

Newman non svolse nessun ruolo nella gerarchia ecclesiastica, fatto salvo, ovviamente, il suo impegno sacerdotale e l’organizzazione del primo oratorio inglese. Fu creato Cardinale, che lo ricordiamo, non è una funzione ed un grado all’interno della gerarchia, ma un titolo ed un riconoscimento, tanto è vero che prima della riforma di Giovanni XXIII per divenirlo non era necessario essere nemmeno sacerdoti e tantomeno vescovi: e Newman non fu Vescovo.

Impressiona molto leggere di come, nonostante l’isolamento anche universitario che gli procurò la sua conversione al Cattolicesimo, Newman non sia mai indietreggiato di un millimetro dalle sue posizioni. Anzi, attaccò frontalmente l’Anglicanesimo, credo che definì, con parole assai pesanti, “infelice e penoso”. Non andò meglio al Protestantesimo, che definì “nel migliore dei casi […] una bella statua di cera”. Questo spirito da apologeta maturò in lui tardivamente oppure gli apparteneva già prima?

L’assoluta e totale intolleranza per qualunque dottrina si distanzi, anche minimamente, dalla Verità, fu sempre la faccia militante ed apologetica dell’amore per la Verità di Newman, in ogni fase della sua vita. Parole di fuoco ebbe, da anglicano, contro il Protestantesimo, tanto da sognare una Chiesa d’Inghilterra liberata dalle tossine della Chiesa Bassa e, di fatto, cattolica. Si può quasi affermare che, non essendo riuscito a far confluire tutto l’Anglicanesimo nella Cattolicità, si arrese a convertirsi da solo, anche se fu, poi, seguito da molti discepoli.

Tra i numerosissimi ammiratori di Newman ci fu anche Francesco Cossiga, da poco scomparso. Il presidente emerito, in un articolo scritto per la rivista "Vita e Pensiero”, riprese un intervento del Cardinale nel quale il futuro Beato ebbe a sostenere che vi sarebbero dei casi “nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa parola, debba essere seguita”. Letta così, si direbbe una legittimazione dei “cattolici-adulti”, non crede?

L’affermazione che la coscienza è il supremo tribunale dell’individuo è corretta solo se interpretata nella sua lettura tomista, vale a dire solo se la coscienza non è corrotta, anche ex ante, da colpevoli pregiudiziali. La persona ha il dovere morale di aderire alla Verità e di formare la propria coscienza alla luce di questa. Una coscienza formata alla luce della Verità diviene, almeno nel lungo periodo, pressoché infallibile, perché la Verità la plasma e la abitua a non lasciarsi sedurre dal mondo. Ecco che è vero che la coscienza così formata deve guidare la persona più delle stesse parole del Papa, perché essa porta alla Verità. Si pensi, ad esempio, alla strenua battaglia di sant’Atanasio contro le influenze ariane tollerate, quando non favorite dal Pontefice. Egli, per Cristo e la Verità, patì persino la scomunica. Se si vuole un esempio più recente si pensi alla strenua difesa della Verità cattolica di Monsignor Marcel Lefebvre, che con il grande santo del IV secolo, condivise zelo, determinazione e dedizione assoluta del dogma. Ogni legittimazione dei cattolici adulti in base al principio dell’ossequio ai dettami della propria coscienza è viziata ab origine dall’accettazione delle influenze mondane contro il dogma e la Tradizione. Dogma e Tradizione sono sinonimi, come molto bene ha espresso san Vincenzo di Lérins quando ha definito il primo come ciò che tutti, sempre e dovunque hanno creduto nella Chiesa. In conclusione, si può affermare che la coscienza rettamente formata può essere invocata solo dai difensori della Verità di sempre e mai dai novatori, cui ben si addicono le parole di san Paolo: «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2Tim 4, 3-4).

A parer suo qual è l’elemento oggi più attuale del pensiero di Newman?

L’attualità di Newman è la sua inattualità, vale a dire la capacità, che egli condivide con ogni cattolico di essere eternamente attuale ed eternamente fuori tempo, perché legato indissolubilmente alla Verità eterna e, quindi, irrimediabilmente nemico di ogni adeguamento ai tempi, che, in fondo, non è altro che resa al Principe di questo mondo. Tanto come dire che la persona pervasa dalla Verità trasuda eternità.

A proposito, com’è possibile che un convertito di razza, per giunta stimatissimo anche da Benedetto XVI, sia stato talora additato come una sorta di precursore del modernismo e di propiziatore della nouvelle theologie?

«Datemi una frase e vi condannerò un uomo» recita un antico adagio popolare. È esattamente ciò che hanno fatto, a partire da Tyrrell e Buonaiuti, tutti i modernisti, nouvelles theoligistes compresi, nei confronti di Newman. Prendendo alcune frasi, soprattutto della Grammatica dell’assenso, ed estrapolandole dal contesto e, soprattutto, non applicando quell’altro splendido proverbio che dovrebbe guidare l’esegesi di ogni testo, vale a dire «prendete le parole dalla bocca da cui vengono», hanno attribuito a Newman una lettura soggettivistica della gnoseologia, dimenticando che egli dava per scontata l’oggettività del reale e si concentrava sulla capacità del soggetto di adeguarsi all’oggetto. Hanno scambiato un’introiezione e spiritualizzazione, quasi ascetica, del già conosciuto come lo strumento stesso del conoscere. Tyrrell, ad esempio, era convinto di trovare nelle dottrine sul «senso illativo» della Fede del Cardinale Newman l’anello di congiunzione tra il Cattolicesimo e il pensiero moderno, fraintendendo il concetto di evoluzione del dogma del grande convertito inglese dell’Ottocento, che era sempre il cattolico sviluppo endogeno del dogma, vale a dire la possibilità e capacità della Chiesa di dire in modo sempre nuovo e più ricco ciò che ha sempre detto e solo quello: nove et non nova. Newman si è scagliato contro l’antidogmatismo protestante già quando era anglicano, potremmo dire, almeno in parte, già quando subiva le suggestioni calviniste della Chiesa Bassa d’Inghilterra. Attribuirgli queste posizioni, da cattolico, è ribaltare completamente il suo pensiero. Spesso il Cardinale inglese viene usato dagli assertori dell’ ecumenismo come un anticipatore dei temi a loro congeniali, affermando che è un precursore della comunione fra i diversi cristiani, ma Newman non ebbe mai a porsi di fronte ad un inverosimile ecumenismo delle religioni, lo avrebbe visto come una pericolosa teoria sincretista: la Chiesa di Cristo è unicamente quella romana e cattolica e l’obbedienza è la prova della Fede. L’ortodossia di Newman fu del resto difesa dallo stesso san Pio X nella lettera al Vescovo di Limerick del 10 marzo 1908.

Passiamo al gossip storico. Maligni internauti insinuano, sottolineando la sua lunga convivenza col già citato Ambrose St. John, da lei definito “grande amico d’anima” (p.40) del Cardinale, che Newman fosse gay. Scomoda verità o bufala?

Ella ha, giustamente, ascritto questa questione al genus del pettegolezzo; e, per questa ragione, in sede di biografia storica abbiamo deciso di non occuparcene, ma, in sede giornalistica ella ha fatto molto bene a sollevare la questione, perché mi permette di spiegare la genesi di questa vera e propria calunnia, scientificamente diffusa. Le lobbies omosessuali, in cerca di legittimazione nel mondo cattolico, appoggiate, purtroppo, anche dai loro amici all’interno della Chiesa, hanno diffuso questa calunnia, che trova facile terreno di coltura in una sedicente civiltà che, riducendo tutto a materia e l’uomo a corpo, quasi freudianamente a sesso, non comprende più che cosa sia un’amicizia d’anima. Per questi moralisti di Satana, non può esistere un rapporto unicamente spirituale, una comunione tra due anime, che si sorreggono reciprocamente nel duro cammino ascetico per giungere a Dio. Possiamo immaginare che cosa le loro blasfeme menti penserebbero, se si dovessero soffermare sul rapporto fra santa Scolastica e san Benedetto, su quello fra san Francesco e santa Chiara, su quello fra santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce o su quello fra san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal, per citare solo alcuni esempi di amicizia d’anima. Si tratta dell’espressione più mefistofelicamente perversa del vizio, siamo al vizioso che fa il moralista, al fine di giustificare il proprio vizio.

Se Newman vedesse i giovani d’oggi, così sovente sconfortati ma al tempo stesso incapaci di accostarsi alla Fede e di ammettere la loro nostalgia d’infinito, secondo Lei che farebbe?

Esattamente ciò che fece allora: affermare con assoluta, totale e rigidissima nettezza la Verità dogmatica, da cui discende, tramite la retta ragione, la morale. Solo la contemplazione di Dio e la sequela di Nostro Signore Gesù Cristo, anche nel comportamento, possono eliminare il tedio della vita e dare, a tutte le età, la gioia dell’Infinito.

Per concludere, un parere personale: che cosa ha imparato scrivendo questo libro? Anche lei deve un ringraziamento al venerabile Cardinale?

Ciò che mi è risultato molto più chiaro e, soprattutto, ha acquisito un sapore particolare, una sua fragranza spirituale è la strumentalità della ragione e, quindi, della teologia, alla Fede. Studiando il Cardinale Newman, si vede come questo principio non abbia solo una valenza negativa, ma, soprattutto, ne abbia una positiva. Non è solo vero che, staccando la ragione dalla Fede ed orientandola contro di essa, si uccide la stessa ragione; tale principio mi è sempre stato chiaro e gli esempi di molti pensatori, soprattutto contemporanei (si pensi a Kant, Voltaire, Marx, Freud…), stanno lì statuariamente a dimostrarlo. Ma, con il santo oratoriano inglese, si può valutare quanto la ragione possa, con la sua azione incessante, sostenuta dalla volontà, implorare la Fede a Dio; come il lavoro intellettuale possa assurgere al rango di preghiera e possa, con la sua fatica ed il suo dolore, muovere Dio a compassione ed indurLo a concederci il dono della vera Fede… È questo il motivo di maggiore gratitudine che conservo per questo grande santo, dopo, ovviamente, la riconoscenza che mi unisce a tutta la Chiesa per il gran numero di conversioni dallo scisma da lui prodotte ed agevolate


giovedì 16 settembre 2010

non c’è via di mezzo tra l’ateismo e il cattolicesimo (card. J.H. Newman)

Il viaggio più difficile di
B-XVI
Da oggi nella patria di Newman, parlerà del ruolo pubblico della religione
di Paolo Rodari

Benedetto XVI parte oggi per il suo diciassettesimo viaggio. Ventotto anni dopo la visita pastorale di Giovanni Paolo II (fu invitato dalla comunità cattolica), questa volta un Pontefice romano sbarca in Scozia e Inghilterra (da oggi fino a domenica) invitato direttamente dalla Regina, capo di stato e della comunità anglicana, e dal governo del paese. “E’ forse il viaggio più difficile per papa Ratzinger”, dicono in Vaticano, e ne spiegano il motivo: Benedetto XVI deve proporre a un paese secolarizzato e da secoli ostile al cattolicesimo e al Papa la ragionevolezza del credere cattolico e, dunque, degli insegnamenti cristiani. E lo deve fare in un paese che se sulla carta vuole garantire pari opportunità a tutti, nella pratica spesso osteggia chi crede ledendo così il concetto stesso di libertà religiosa.

Papa Ratzinger non deve convincere soltanto i critici più radicali alla Richard Dawkins e Christopher Hitchens – i due atei dichiarati hanno chiesto pubblicamente l’arresto del Pontefice per crimini contro l’umanità non appena quest’ultimo atterri in Gran Bretagna – ma anche la maggioranza del paese che i sondaggi dicono indifferente a Dio e a ogni forma di credo e, insieme, i cristiani stessi, cattolici e protestanti, che qui come non sempre avviene in altri paesi europei arretrano, col beneplacito delle gerarchie e dei propri pastori, di fronte alle sfide del secolo.

Luigi Accattoli, vaticanista, era sul volo che portò Giovanni Paolo II nel Regno Unito nel 1982. Dice: “La sfida per Ratzinger non è semplice. Ma così fu anche per Wojtyla quasi trenta anni fa. Giovanni Paolo II arrivò in Gran Bretagna mentre il paese era in guerra con l’Argentina per le Falkland. Parlò di pace e ne spiegò le ragioni alla luce della fede. Parlò della necessità di vivere la fede dentro le scelte pubbliche di tutti i giorni. Parlò chiaramente e sorprendentemente ricevette consensi. L’antipapismo era vivo anche allora. Ma la fede e il credere annunciati senza paure colpiscono e così credo possa essere per Benedetto XVI”.

Prima in Scozia per l’incontro con la Regina e la comunità cattolica del paese, poi a Londra per gli incontri più istituzionali, infine a Birmingham per la beatificazione del cardinale John Henry Newman, la quattro giorni del Papa nel Regno Unito è un tour de force con due appuntamenti più attesi degli altri: il discorso di venerdì pomeriggio alla società civile, al mondo accademico e culturale, ai diplomatici e ai leader religiosi nella Westminster Hall di Londra, e l’omelia per la beatificazione di Newman domenica mattina.

Il tema del discorso alla società civile ha avuto una sua anticipazione il 2 febbraio scorso quando il Papa ricevette in Vaticano i vescovi inglesi. Benedetto XVI non usò un linguaggio politically correct e, infatti, le critiche piovvero copiose da oltre la Manica. Davanti a sé il Pontefice aveva i vescovi inglesi, ma il vero obiettivo erano coloro che portavano avanti nel paese una legislazione fortemente restrittiva per le ragioni di chi crede. Tutto fu incentrato attorno al tema del ruolo pubblico della fede e alla necessità di garantire a tutti la libertà religiosa. Il Papa alluse all’Equality Bill, cioè alla legislazione britannica che, in nome della non discriminazione, costringe le agenzie cattoliche a concedere l’adozione di bambini anche a coppie di omosessuali. Con un rimprovero implicito ai vescovi inglesi sovente troppo accomodanti, Ratzinger disse che se il Regno Unito “è ben noto per il suo saldo impegno nell’assicurare pari opportunità per tutti i membri della società”, tuttavia “l’effetto di una certa legislazione per raggiungere questo obiettivo è stato l’imposizione di limitazioni ingiuste alla libertà di agire secondo il proprio credo a comunità religiose”. E ancora: “La fedeltà al Vangelo non limita in alcun modo la libertà di altri. Al contrario, è al servizio di quest’ultima perché offre loro la verità”. Concetti che, trapela dal Vaticano, saranno presenti nelle prossime ore nei discorsi papali.

Instancabilmente al servizio della verità fu John Henry Newman. Convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo era convinto che la coscienza portasse sempre l’uomo alla chiesa, ovvero a riconoscere ciò che la chiesa insegna come vero. Per questo Newman è una spina nel cuore della società inglese. Una società che anche quando crede subisce fortemente l’influenza di una visione relativista. Fu nell’“Apologia” che Newman scrisse che “non c’è via di mezzo tra l’ateismo e il cattolicesimo”. Occorre abbracciare o l’uno o l’altro. E abbracciare il cattolicesimo significa ammettere che un credo non vale l’altro, che, come disse lui stesso, “la religione non è un affare personale o una proprietà privata”. E’ stato l’Osservatore Romano a dedicare a questo tema un lungo pezzo firmato da Hermann Geissler, esperto di Newman e officiale dell’ex Sant’Uffizio. Dice Geissler che l’insegnamento di Newman è attuale soprattutto laddove spiega che “senza la luce della verità l’uomo è privo di un sicuro punto di riferimento, la morale si riduce a soggettivismo, la vita pubblica si deforma a giochi di potere”. Un Newman diverso dalla vulgata “soggettivista” e “neoprotestante” diffusa nel dopo Concilio.

Benedetto XVI, com’è ormai abitudine consolidata, incontrerà durante il viaggio – ormai la cosa è certa – alcune vittime dei peccati carnali del clero. Sarà un gesto importante e servirà anch’esso per dire che la fede, nonostante le cadute, può ragionevolmente essere abbracciata da tutti. Non sono i peccati dei preti che devono far retrocedere i credenti. La fede, nonostante il peccato, deve ancora oggi pretendere il proprio spazio nella vita pubblica.

da Il Foglio del 16.09.2010



Inghilterra: ieri, oggi...e domani?


IERI
Sant'Agostino di Canterbury, vescovo
m. 26 maggio 604

Abate benedettino a Roma, fu invitato da San Gregorio Magno ad evangelizzare l'Inghilterra, ricaduta nell'idolatria sotto i Sassoni. Qui fu ricevuto da Etelberto, re di Kent che aveva sposato la cattolica Berta, di origine franca. Etelberto si convertì, aiutò Agostino e gli permise di predicare in piena libertà. Nel Natale successivo al suo arrivo in Inghilterra, più di diecimila Sassoni ricevettero il battesimo. Il Papa inviò altri missionari e nominò arcivescovo e primate d'Inghilterra Agostino, che cercò di riunire la Chiesa bretone a quella sassone senza riuscirci perché troppo forte era il rancore dei bretoni contro gli invasori sassoni. Suo merito però è stato quello di aver convertito quasi tutto il regno di Kent. www.santiebeati.it/dettaglio/27500


OGGI 



 
E DOMANI?
 
Maria di Moerle, estatica (1868):
"Uno dei trionfi della Chiesa sarà il ritorno di quasi tutta l'Inghilterra alla fede cattolica".

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Suor Rosa Colomba Asdente, domenicana di Siena, 1781-1847:
"L'Inghilterra e la Russia rientreranno nel grembo della Chiesa; anche in Turchia, il cattolicesimo rifiorirà".

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Anna Maria Taigi, mistica italiana:
"La Russia si convertirà come pure l'Inghilterra"

mercoledì 15 settembre 2010

ecumenismo gallicano

Monsignor Nourrichard
passa la manica...

Sul sito francese Perepiscopus si può leggere l'ultimo numero della newsletter della diocesi di Evreux (Eglise d'Evreux), che rende conto dei recenti viaggi del proprio vescovo Monsignor Nourrichard, lo stesso che vuole cacciare dalla propria parrocchia un parroco che osa celebrare la messa in rito romano straordinario secondo i dettami del Summrum Pontificum.
Sembra che il vescovo di Evreux sia stato presente durante una cerimonia d'"ordinazione" accanto al "vescovo" anglicano di Salisbury; durante tale cerimonia il "vescovo" anglicano ha tentato anche l'ordinazione di alcune donne. Nella foto il vescovo Nourrichard sorride accanto al "vescovo ordinante" al termine della cerimonia.
Ebbene sì: è proprio lui il vescovo di Evreux il quale ora si appella alle decisioni di Roma contro un parroco tradizionalista ora partecipa ad una "ordinazione" di alcune donne a Salysbury in Inghilterra dimostrando almeno grande imprudenza nel mostrare chiaramente che di tenere in nessun conto i pronunciamenti romani sull'invalidità delle ordinazioni anglicane (Apostolicae curae di Leone XIII) e sull'invalidità delle ordinazioni di donne (Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II). Che un vescovo cattolico non si avveda che partecipare ad una ordinazione doppiamente invalida perché anglicana e perchè di donne è motivo di scandalo, è doppiamente scadaloso. Ma se è vero che è stato detto che in Francia oggi solo gli incoscienti e i vanesii aspirano all'episcopato qualcuno in queste categorie dovrà pur rientrarci. Ciò che rattrista è che tale vescovo è stato scelto sotto l'attuale Ponteficato: speriamo che la nuova cucina dei vescovi non faccia più bruciare gli arrosti! 

ecco altre foto dell'evento



e per chi sa il francese

Dans le dernier numéro d’Eglise d’Evreux, on voit Mgr Christian Nourrichard, invité au départ de «l’évêque» anglican de Salisbury. Jusque là rien d’anormal, pourrait-on dire. Sauf que… La suite est plus acadabrante : lors des cérémonies, le prélat anglican a « ordonné » des femmes. Et Mgr Nourrichard a assisté tout souriant à la cérémonie !

Et rien n’indique dans l’article que tout ceci n’est pas valide (cliquer sur les images pour pouvoir les agrandir). Non seulement la succession épiscopale chez les Anglicans n’est pas reconnue par l’Eglise, mais en outre, les « ordinations » de femmes créent des remous au sein même de la communion anglicane.

Mais Mgr Nourrichard semble préférer la fréquentation de ces personnes à ses propres prêtres, comme l’abbé Francis Michel !